Visualizzazione post con etichetta formazione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta formazione. Mostra tutti i post

giovedì 1 luglio 2010

Come formare gli scienziati alla comunicazione: Esof 2010

Al via a partire da domani la kermesse sulla scienza europea Esof 2010. Con Elisabetta Tola, Steven Miller e Brian Trench discutiamo sabato alle 14 e 15 nella room Roma al Lingotto sulla formazione in comunicazione per gli scienziati.

Elisabetta Tola parlerà di alcune esperienze didattiche condotte in enti di ricerca italiani con la sua agenzia formicablu di Bologna. Metterà in evidenza che gli scienziati hanno bisogno di maggiore autoriflessività sulle pratiche di comunicazione.
Il talk di Steven Miller è "Europe and the challenges for science communication training".
Brian Trench si soffermerà sugli aspetti teorici e pratici di cui ha bisogno uno scienziato per interagire coi media.

I punti fermi sono:

1. Non è più in discussione la necessità di comunicare da parte dei scienziati. Il problema è casomai capire qual è la strategia formativa più adatta ai bisogni e al tempo che i ricercatori possono dedicare alla comunicazione;

2. La soluzione non è una cassetta degli attrezzi pronta all'uso. I manuali sono utili, ma non bastano. Gli scienziati devono acquisire competenze relazionali, sociali e culturali migliori, con diversi attori sociali. La società della conoscenza richiede la formazione di nuove generazioni di scienziati in grado di comprendere le dinamiche dei rapporti tra scienza e società e l'evoluzione dell'ecosistema dell'informazione.

venerdì 18 giugno 2010

Come formare comunicatori della scienza: interdisciplinarietà

Cosa bisogna insegnare a chi vuole fare professionalmente comunicazione della scienza?
E' un po' che si discute il problema e la risposta non è univoca. In scuole e paesi diversi le risposte sono differenti e cambiano a seconda di bisogni degli studenti, dei background dei docenti e delle visioni del rapporto tra scienza e società.

Tra le iniziative più aggiornate in ambito formativo di respiro internazionale c'è il progetto Esconet e, più focalizzato sulla realtà americana, un curriculum sperimentale dell'Arkansas State University (Pearce et al, An Interdisciplinary Approach to Science Communication Education, Communicating Science, Routledge, 2010: 235-252)

Questi ultimi due esempi sono focalizzati sugli insegnamenti da fornire agli scienziati che vogliono interagire con i media e costruire relazioni sociali e culturali migliori con diversi attori sociali.

Pur nelle diversità di approcci, tutti sono d'accordo su un concetto: la formazione in comunicazione della scienza si deve basare su un approccio interdisciplinare. Nella visione tradizionale, per nulla tramontata, l'obiettivo della formazione è avere professionisti che predicano ai convertiti, ai fan della scienza, attraverso l'acquisizione di competenze tecniche specifiche.

La società della conoscenza richiede viceversa la nascita di figure intellettuali in grado di abbracciare: le varie dimensioni della scienza; le relazioni nuove tra scienza e società; l'evoluzione dell'ecosistema dell'informazione.
Abbiamo bisogno di un comunicatore totale della scienza (denominazione inventata da Pietro Greco).
Le scuole di comunicazione della scienza nel mondo sembra che si stiano attrezzando per fornire il giusto mix di interdisciplinarietà per rispondere a questa esigenza.

sabato 6 marzo 2010

Corsi estremi di giornalismo scientifico in Africa e nel mondo arabo

La Federazione Mondiale dei Giornalisti Scientifici (WFSJ) invita giornalisti africani e arabi a partecipare al programma SjCOOP (Science jounralism COOPeration). Secondo i promotori si tratta del corso di giornalismo scientifico più impegnativo di tutti i tempi. Durante la sua prima fase, tra il 2006 e il 2009, SjCOOP ha formato 32 giornalisti sopravvissuti a un gruppo iniziale di 82 partecipanti. Ora il progetto è arrivato alla sua seconda fase: lo scopo è formare 60 giornalisti dall'Africa e dal mondo arabo. Questa parte di SjCOOP andrà avanti per almeno altri due anni. La formazione rivolta ai paesi non anglossassoni e in via di sviluppo è presa molto sul serio dalla WFSJ. Un fatto importante. Peccato che in un paese "sviluppato" come l'Italia non sia lo stesso.