Sull'ultimo numero del Public Understanding of Science Oscar Ricci ha pubblicato una ricerca riguardo a come viene rappresentata la tecnologia sui mensili di divulgazione scientifica Focus, Quark, T3, Jack ed Explora.
Emerge che le due cornici più frequenti sono: la tecnologia che ancora non c'è ma che lo stesso viene presentata come se fosse già disponibile sul mercato (cornice "vaporware"); la relazione che certe tecnologie hanno con altre tecnologie (la cornice "relationship between technologies").
La tecnologia è rappresentata sia in modo positivo che negativo. La copertura mediatica di questi mensili soffre di "orientalismo tecnologico", cioè è vista sempre come qualcosa che può essere contemporanemante pericolosa e terribile così come aprire le porte a un futuro meraviglioso.
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giovedì 9 settembre 2010
mercoledì 21 luglio 2010
Nuove possibili cornici mediatiche per i cambiamenti climatici
Mattew Nisbet presenta in un post del suo blog Framing Science i risultati di una ricerca condotta con Ed Maibach a altri studiosi sulla seguente questione: è possibile che l'opinione pubblica maturi dei convincimenti diversi rispetto ai temi del riscaldamento globale se il problema viene inserito nella cornice della salute?
Il lavoro è stato pubblicato sulla rivista BCM Public Health ed è disponibile qui.
Secondo Nisbet e colleghi anche gli americani scettici o disinteressati rispetto ai cambiamenti climatici reagiscono positivamente se il problema è presentato in modo che siano più chiare le conseguenze sanitarie.
I ricercatori sono convinti che questa cornice è utile potenzialmente per favorire il coinvolgimento pubblico sui temi del global warming.
Nisbet è uno dei maggiori esperti in circolazione a proposito delle cornici di significato entro le quali si dibattono questioni di policy legate alla scienza, tra queste la loro ricorrenza.
Come si può vedere dalla tabella sottostante, nel caso dei cambiamenti climatici "lo sviluppo economico e la competitività" e l' "etica e la morale" sono quelle che mantengono tradizionalmente il maggiore valore comunicativo.
La salute non compare anche se, stando ai risultati dello studio di Nisbet, sarebbe una strada proficua per migliorare comprensione e partecipazione.
Il lavoro è stato pubblicato sulla rivista BCM Public Health ed è disponibile qui.
Secondo Nisbet e colleghi anche gli americani scettici o disinteressati rispetto ai cambiamenti climatici reagiscono positivamente se il problema è presentato in modo che siano più chiare le conseguenze sanitarie.
I ricercatori sono convinti che questa cornice è utile potenzialmente per favorire il coinvolgimento pubblico sui temi del global warming.
Nisbet è uno dei maggiori esperti in circolazione a proposito delle cornici di significato entro le quali si dibattono questioni di policy legate alla scienza, tra queste la loro ricorrenza.
Come si può vedere dalla tabella sottostante, nel caso dei cambiamenti climatici "lo sviluppo economico e la competitività" e l' "etica e la morale" sono quelle che mantengono tradizionalmente il maggiore valore comunicativo.
La salute non compare anche se, stando ai risultati dello studio di Nisbet, sarebbe una strada proficua per migliorare comprensione e partecipazione.
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venerdì 7 maggio 2010
Da leggere sul futuro del giornalismo scientifico: report dal Science Media Forum
In occasione del Science and Media Forum che si terrà nei prossimi giorni a Madrid un report scritto da Valdimir De Semir.
Temi affrontati: la crisi dei media, la ridefinizione del ruolo del giornalista scientifico, il declino delle sezioni dedicate alla scienza sui giornali, il ruolo di Internet. Da leggere e commentare.
Temi affrontati: la crisi dei media, la ridefinizione del ruolo del giornalista scientifico, il declino delle sezioni dedicate alla scienza sui giornali, il ruolo di Internet. Da leggere e commentare.
martedì 27 aprile 2010
Effetto CSI?
Via Mind Hacks, una questione su cui ci si interroga spesso: gli effetti sul pubblico di fiction famose come ER, Doctor House, ecc. Questa volta tocca a CSI.
Un articolo dell'Economist riporta degli studi secondo cui l'esposizione a CSI determina un'eccessiva fiducia nei metodi della scienza forense, la scienza applicata all'amministrazione della giustizia. Il sequenziamento del DNA è uno degli esempi più famosi.
I giurati che guardano CSI sono in grado di capire cos'è un test del DNA ma non sono in grado di capire quando è opportuno usarlo. La visione della fiction aumenta insomma le aspettative della rilevanza e del potere dell'evidenza scientifica e di conseguenza influenza i giudizi della corte.
la critica è che gli studi riportati dall'Economist si basano su aneddoti e che le prove di una relazione causa/effetto tra esposizione mediatica e comportamenti sia tutt'altro che chiara.
E' una questione un po' vecchia, ma si ripresenta costantmente: l'idea che, nel bene o nel male, soprattutto quando si parla di scienza ci sia una relazione lineare tra ciò che le persone vedono in tv, leggono sui giornali o ascolatano alla radio e le scelte, gli atteggiamenti, le opinioni in materia di scienza e tecnologia.
Non è così. Le cose sono molto più complicate.
Un articolo dell'Economist riporta degli studi secondo cui l'esposizione a CSI determina un'eccessiva fiducia nei metodi della scienza forense, la scienza applicata all'amministrazione della giustizia. Il sequenziamento del DNA è uno degli esempi più famosi.
I giurati che guardano CSI sono in grado di capire cos'è un test del DNA ma non sono in grado di capire quando è opportuno usarlo. La visione della fiction aumenta insomma le aspettative della rilevanza e del potere dell'evidenza scientifica e di conseguenza influenza i giudizi della corte.
la critica è che gli studi riportati dall'Economist si basano su aneddoti e che le prove di una relazione causa/effetto tra esposizione mediatica e comportamenti sia tutt'altro che chiara.
E' una questione un po' vecchia, ma si ripresenta costantmente: l'idea che, nel bene o nel male, soprattutto quando si parla di scienza ci sia una relazione lineare tra ciò che le persone vedono in tv, leggono sui giornali o ascolatano alla radio e le scelte, gli atteggiamenti, le opinioni in materia di scienza e tecnologia.
Non è così. Le cose sono molto più complicate.
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giovedì 1 aprile 2010
Uno studio sulla copertura di argomenti di salute da parte della carta stampata italiana
Luca Iaboli, autore di un paper pubblicato su PlosOne pochi giorni fa, mi segnala il lavoro fatto con altri colleghi afferenti a ospedali e università di Ferrara e Reggio Emilia. La ricerca analizza l'informazione sulla salute, con prospettiva scientifica, apparsa su quotidiani e settimanali italiani in una settimana di osservazione.
Gli autori hanno una prospettiva divulgativa. Sostanzialmente interessa loro capire quanto siano accurati e bilanciati i contenuti degli articoli presi in esame rispetto alla letteratura scientifica. Gli autori si chiedono anche quanto e se vengono dichiarati i conflitti d'interesse.
Non sorpende che, con una prospettiva normativa, i risultati siano simili ad altri studi di questo tipo: la qualità dell'informazione fornita su argomenti di salute è bassa e i conflitti d'interesse non emergono.
Non voglio dilungarmi sulle critiche classiche e sui limiti di questo tipo di impostazione, in parte dichiarati dagli stessi autori in conclusione al loro lavoro.
Mi interessa sottolineare altri due aspetti. La prima. Gli autori si chiedono: questo tipo di informazione aiuta o danneggia la promozione della salute nel suo complesso? La domanda ripropone l'annosa questione degli effetti dei media. Soprattutto sulle questioni di salute vale la pena sottolineare che le forme di consumo sono molto più articolate di quanto possano suggerire le analisi del contenuto. In ogni caso, ci sono più di una trentina di teorie sugli effetti sociali dei media attualmente disponibili e non se ne viene a capo. Di sicuro sono tutti d'accordo sul fatto che il rapporto tra informazione/comunicazione mass-mediatica e comportamenti è tutt'altro che lineare.
Seconda questione: il conflitto d'interessi non dichiarato. Questo problema va inquadrato nella questione più generale del giornalismo scientifico investigativo. Se diminuiscono le risorse e le protezioni per un giornalismo indipendente, soprattutto per un'informazione di nicchia come quella sulla scienza e sulla salute, non ci possiamo stupire che i conflitti d'interessi o non si vedono o, ancora più grave, non si possono denunciare. Di certo la spiegazione non è l'approssimazione del singolo giornalista, ma una crisi strutturale del giornalismo d'inchiesta dovuta a motivi di cui si disucte molto, anche in questo blog.
Gli autori hanno una prospettiva divulgativa. Sostanzialmente interessa loro capire quanto siano accurati e bilanciati i contenuti degli articoli presi in esame rispetto alla letteratura scientifica. Gli autori si chiedono anche quanto e se vengono dichiarati i conflitti d'interesse.
Non sorpende che, con una prospettiva normativa, i risultati siano simili ad altri studi di questo tipo: la qualità dell'informazione fornita su argomenti di salute è bassa e i conflitti d'interesse non emergono.
Non voglio dilungarmi sulle critiche classiche e sui limiti di questo tipo di impostazione, in parte dichiarati dagli stessi autori in conclusione al loro lavoro.
Mi interessa sottolineare altri due aspetti. La prima. Gli autori si chiedono: questo tipo di informazione aiuta o danneggia la promozione della salute nel suo complesso? La domanda ripropone l'annosa questione degli effetti dei media. Soprattutto sulle questioni di salute vale la pena sottolineare che le forme di consumo sono molto più articolate di quanto possano suggerire le analisi del contenuto. In ogni caso, ci sono più di una trentina di teorie sugli effetti sociali dei media attualmente disponibili e non se ne viene a capo. Di sicuro sono tutti d'accordo sul fatto che il rapporto tra informazione/comunicazione mass-mediatica e comportamenti è tutt'altro che lineare.
Seconda questione: il conflitto d'interessi non dichiarato. Questo problema va inquadrato nella questione più generale del giornalismo scientifico investigativo. Se diminuiscono le risorse e le protezioni per un giornalismo indipendente, soprattutto per un'informazione di nicchia come quella sulla scienza e sulla salute, non ci possiamo stupire che i conflitti d'interessi o non si vedono o, ancora più grave, non si possono denunciare. Di certo la spiegazione non è l'approssimazione del singolo giornalista, ma una crisi strutturale del giornalismo d'inchiesta dovuta a motivi di cui si disucte molto, anche in questo blog.
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mercoledì 10 marzo 2010
Nuove iniziative nel giornalismo scientifico
C'è un appendice del report Science and Media: Securing the Future, di cui avevo scritto in altri post dedicato alle nuove iniziative nel giornalismo scientifico. Si tratta dell'appendice 4 e si trova in rete. Gli autori individuano tre categorie possibili tra le proposte che si affacciano nel nuovo ecosistema dell'informazione scientifica:
-Iniziative di "quasi" giornalismo;
-Iniziative che mischiano le carte tra giornalismo e pubbliche relazioni;
-Iniziative che probabilmente non sono giornalismo;
Esempio prima categoria:
Propublica.org, un modello perfetto di giornalismo investigativo, ma giustamente si chiedono gli autori: chi paga per il giornalismo scientifico investigativo?
Esempio seconda categoria:
Futurity.org
Esempio terza categoria:
Climate central
E' una suddivisione che non ha molto di caratteristico per il giornalismo scientifico. Ci sono però lo stesso degli esempi utili.
-Iniziative di "quasi" giornalismo;
-Iniziative che mischiano le carte tra giornalismo e pubbliche relazioni;
-Iniziative che probabilmente non sono giornalismo;
Esempio prima categoria:
Propublica.org, un modello perfetto di giornalismo investigativo, ma giustamente si chiedono gli autori: chi paga per il giornalismo scientifico investigativo?
Esempio seconda categoria:
Futurity.org
Esempio terza categoria:
Climate central
E' una suddivisione che non ha molto di caratteristico per il giornalismo scientifico. Ci sono però lo stesso degli esempi utili.
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martedì 16 febbraio 2010
I lettori del New York Times preferiscono la scienza
"Ti ho inviato una email con un articolo che mi sembra davvero impressionante: parla di meccanica quantistica". Potrebbe recitare così il testo di un messaggio di posta elettronica di un lettore del New York Times che invita conoscenti, amici e parenti a condividere la lettura di un "pezzo" apparso sul quotidiano newyorkese. Secondo una ricerca dell'Università della Pennsylvania e riportata dal giornale lo scorso otto febbraio, il 30 per cento degli articoli suggeriti via mail ad altre persone tratta di scienza. Il motivo per condividere con altri la lettura è che gli argomenti scientifici suscitano ammirazione e reverenza. Perché? Perché se leggi una storia che fa cambiare il modo di vedere il mondo, lo vuoi condividere con altri, vuoi condividere con altri cosa significa. Vuoi fare dei proseliti e condividere il sentimento di ammirazione con loro. Tutto questo, secondo i ricercatori dell'Università della Pennsylvania ha a che fare con la scienza, almeno per i lettori del New York Times.
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giovedì 14 gennaio 2010
Nuovo report britannico su scienza e media
Il Science and Media Expert Group del dipartimento britannico per l'innovazione (più precisamente il Department for Business, Innovation and Skills) ha pubblicato un nuovo studio sul rapporto fra scienza e media.
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