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martedì 6 aprile 2010

Percezione pubblica delle malattie mentali in UK: nuovo report

Il Dipartimento della Salute della Gran Bretagna ha appena pubblicato un nuovo report sugli atteggiamenti dei cittadini britannici nei confronti delle malattie mentali.
Fra i risultati più importanti:

-People are broadly sympathetic towards people with a mental illness;
-Some attitudes towards people with mental illness are worse compared to when the Department of Health first commissioned the poll in 1994 although a number have improved. Several attitudes that had worsened over the period up until 1997 have since improved.
-Attitudes to a number of statements have changed between 2009 and 2010.
-Opinions on some statements changed towards greater tolerance, for example:
‘Locating mental health facilities in a residential area downgrades the neighbourhood’ - agreement with this statement decreased from 21 percent to 18 percent.
-Some opinions moved more in favour of integrating people with mental illness into the community, for example:
‘Residents have nothing to fear from people coming into their neighbourhood to obtain mental health services’ – agreement with this statement increased from 62 percent to 66 percent.
-On one item though, opinions moved less in favour of integration:
‘Mental hospitals are an outdated means of treating people with mental illness’ – agreement with this statement fell from 37 percent in 2009 to 33 percent in 2010


Un grafico mostra come negli anni sono cambiate le risposte su alcune delle questioni più importanti:




Su un post di Neuroskeptic si trovano alcune critiche alle indagini di questo tipo dal punto di vista metodologico.

Il dato certo è che in Gran Bretagna continuano a esistere gli ospedali psichiatrici. I cittadini di Sua Maestà, stando almeno ai risultati del report, sono propoense a credere in maggioranza che non si tratti di un sistema obsoleto di cura.
Il punto è che il manicomio non è un luogo di cura. Non lo è mai stato. Credo che la domanda nel questionario inglese sia malposta perché si presume una finalità terapeutica dell'ospedale psichiatrico che non ha mai avuto riscontro scientifico. L'ampia percentuale di persone che in Gran Bretagna vuole mantenere quest'istituzione riflette il fatto che la malattia mentale è concepita soprattutto come qualcosa da cui la società deve proteggersi.
La prima cosa da fare è abbattere i manicomi. In Italia, come è noto, è stato fatto grazie al lavoro pionieristico di Franco Basaglia ormai più di trent'anni fa.

domenica 21 marzo 2010

Disturbi del comportamento=anomalie del cervello, come si fa a essere così sicuri?

C'è un articolo di Gilberto Corbellini sul Domenicale del Sole24Ore di oggi che commenta la pubblicazione, avvenuta il 10 febbraio, di una bozza del DSM-V, la quinta edizione del Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, lo strumento diagnostico per disturbi mentali più usato al mondo. Corbellini si sofferma sull'ateoreticità del DSM e sulla precarietà epistemologica della psichiatria. Per superare questi limiti, conclude lo storico della medicina, ci sarebbe bisogno di "un salutare pluralismo epistemologico, ispirato però da una rigorosa concezione naturalistica della malattia mentale. Gli avanzamenti delle neuroscienze stanno muovendo in questa direzione, consentendo di tornare a sfruttare euristicamente le teorie per ricondurre i disturbi del comportamento a quello che sono. Cioè alterazioni del funzionamento del cervello".
La questione su come le neuroscienze possano essere integrate nel DSM-V era stata, fra gli altri, trattata poco più di due anni fa su Nature Neuroscience da Steven Hyman, il quale concludeva che "è probabilmente prematuro usare la neurobiologia nella classificazione formale che costituirà il nucleo del DSM-V." anche se, continuava Hyman "non è troppo presto per usare la neurobiologia come strumento centrale per ripensare l'approccio attuale ai disturbi mentali".
Mi soffermo ora sull'ultima frase di Corbellini che ribadisce una vecchia equazione della psichiatria naturalistica: le malattie mentali sono disfunzioni del cervello. Il primo a sostenerlo fu Wilhlem Griesinger a metà Ottocento. Come ricorda Eugenio Borgna in Come se finisse il mondo. Il senso dell'esperienza schizofrenica edito da Feltrinelli nel 1995, a pagina 21, lo stesso Griesinger, in una lezione del 1867 "invitava gli studenti a non reprimere 'gli slanci affettivi che ci assalgono quando siamo dinanzi a questo enigma del destino che è la follia': dicendo (anche) che 'i grandi pensieri vengono dal cuore' e che, in psichiatria, intelligenza e tecnica offrono un aiuto migliore quando si abbia 'un caldo sentimento per l'infelicità umana dei pazienti'."
Sono parole importanti, da tenere molto bene a mente proprio perché dette dal padre della psichiatria naturalistica incoraggiata da Corbellini.
Sempre Borgna (pg. 22 del libro citato sopra) ricorda poi le parole di Kurt Schneider il quale nel 1919 affermava che "non c'è un solo processo celebrale a cui sia correlato in un manifestarsi immediato e parallelo un processo psichico". La situazione non è cambiata granché da allora.
Biosgna tenere a mente anche questo non per sminuire i risultati delle neuroscienze o per trionfalizzare la psichiatria sociale, ma per ricordarci che essere psichiatri è una cosa diversa dai modelli teorici e che qualunque modello (biologico, sociologico, psicoterapeutico) fa fatica a contenere la realtà delle persone che con la malattia mentale hanno veramente a che fare. Non bisogna scordarselo.