Tra i risultati dell'ultimo Eurobarometro speciale intitolato Science and Technology pubblicato a Giugno 2010, colpisce che il 91% degli europei dichiara di non aver mai o quasi mai partecipato a dibattiti o incontri pubblici su questioni riguardanti l'impatto sociale della ricerca scientifica e dell'innovazione tecnologica.
Che dire? Sembra che l'epoca del dialogo, del coinvolgimento e della partecipazione sia per il momento solo nella retorica dei documenti governativi e sovranazionali riguardanti il rapporto tra scienza e società.
C'è spazio per chi vuole comunicare la scienza nella dimensione politico-sociale, ma bisogna sperimentare, innovare, fare ricerca e studiare modalità diverse per entrare in contatto con i pubblici della scienza.
Il rischio è altrimenti quello visto a Esof 2010 qualche giorno fa: buona organizzazione, qualche contenuto d'eccellenza, ma predicazione ai convertiti.
Altri risultati dell'Eurobarometro Science and Technology, tratti dall'Executive Summary:
-il 30% degli europei è molto interessato alle nuove scoperte scientifiche e agli sviluppi tecnologici;
-solo l'11% si ritiene ben informato sulle scoperte scientifiche e gli sviluppi tecnologici;
-i cittadini del vecchio continente credono che gli scienziati debbano decidere sugli sviluppi della scienza ma che il pubblico debba essere consultato. Inoltre pensano che gli scienziati dovrebbero comunicare quello che fanno ma non sono molto bravi a svolgere questo compito.
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martedì 13 luglio 2010
venerdì 9 luglio 2010
Il ricercatore del XXI secolo? Lavori in corso
"L'identità dello scienziato moderno è, in qualunque senso possibile, un work in progress", scrive Steven Shapin.
Come definiscono i ricercatori contemporanei il loro lavoro e le loro funzioni? Cosa c'è in comune col passato e cos'è nuovo nel mestiere dello scienziato?
Shapin ha da poco pubblicato Never Pure, un libro in cui esamina i cambiamenti nella figura e nelle funzioni degli scienziati.
Nel suo articolo su Seed uscito oggi riprende in modo sintetico le tesi del volume attraverso una prospettiva storico-sociologica dei rapporti tra scienza e società.
Nella società della conoscenza, l'opinione pubblica, a detta di Shapin, apprezza sempre di più l'identificazione fra gli scopi della scienza e quelli del business e dell'impresa privata.
Se ha ragione, e casi come quello di Craig Venter sono una prova a suo favore, il cambiamento rispetto allo scienziato che fa ricerca per amore della verità e della conoscenza, non è da poco.
Non mancano i rischi. Due su tutti: non si fa più ricerca su questioni ritenute poco utili; c'è una progressiva perdita di credibilità dell'autonomia e dell'integrità della scienza.
La questione è però aperta: qualcosa di profondo sta cambiando e cambierà ma non si sa bene ancora verso cosa.
Come definiscono i ricercatori contemporanei il loro lavoro e le loro funzioni? Cosa c'è in comune col passato e cos'è nuovo nel mestiere dello scienziato?
Shapin ha da poco pubblicato Never Pure, un libro in cui esamina i cambiamenti nella figura e nelle funzioni degli scienziati.
Nel suo articolo su Seed uscito oggi riprende in modo sintetico le tesi del volume attraverso una prospettiva storico-sociologica dei rapporti tra scienza e società.
Nella società della conoscenza, l'opinione pubblica, a detta di Shapin, apprezza sempre di più l'identificazione fra gli scopi della scienza e quelli del business e dell'impresa privata.
Se ha ragione, e casi come quello di Craig Venter sono una prova a suo favore, il cambiamento rispetto allo scienziato che fa ricerca per amore della verità e della conoscenza, non è da poco.
Non mancano i rischi. Due su tutti: non si fa più ricerca su questioni ritenute poco utili; c'è una progressiva perdita di credibilità dell'autonomia e dell'integrità della scienza.
La questione è però aperta: qualcosa di profondo sta cambiando e cambierà ma non si sa bene ancora verso cosa.
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venerdì 25 giugno 2010
Informazione scientifica: poco soddisfatti i cittadini europei
Secondo un nuovo report dell'Eurobarometro su scienza e tecnologia pubblicato in questi giorni, circa l'80% dei cittadini europei è interessato alle scoperte scientifiche e agli sviluppi tecnologici, rispetto a un 65% interessato allo sport. Più del 70% degli europei vuole che la ricerca del vecchio continente sia maggiormente finanziata in futuro. Circa il 60% pensa che gli scienziati dovrebbero sforzarsi maggiormente per comunicare il proprio lavoro e il 65% sostiene che i governi dovrebbero fare di più per stimolare i giovani a interessarsi di tematiche scientifiche. Solo il 10% ritiene di essere ben informato sugli sviluppi della ricerca scientifica e dell'innovazione tecnologica.
Una versione sintetica dei risultati è all'indirizzo http://tinyurl.com/2bnsxnt
C'è interesse per la scienza e la tecnologia. C'è voglia di essere informati di più e meglio.
Per chi vuole fare professionalmente comunicazione della scienza è il tempo giusto per sperimentare, per essere creativi, per rischiare.
Una versione sintetica dei risultati è all'indirizzo http://tinyurl.com/2bnsxnt
C'è interesse per la scienza e la tecnologia. C'è voglia di essere informati di più e meglio.
Per chi vuole fare professionalmente comunicazione della scienza è il tempo giusto per sperimentare, per essere creativi, per rischiare.
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mercoledì 16 giugno 2010
Cambiamenti climatici, media e percezione pubblica: nuovi studi
Riassumo una discussione dalla mailing list del PSCI-COM su nuove indagini riguardanti global warming, media e percezione pubblica.
Secondo il report dell'Università di Cardiff Public perceptions of climate change and energy futures in Britain solo il 24% delle persone è d'accordo sul fatto che il cambiamento climatico è causato dalle attività dell'uomo.
Un altro studio della Standford University si domanda, fra le altre cose, se la fiducia negli scienziati sia stata incrinata a causa del Climategate. Sembra di no. Solo il 9% del pubblico americano ritiene che non ci si debba fidare delle affermazioni dei climatologi.
I norvegesi intanto credono nella scienza, ma non ritengono più che l'influenza umana sui cambiamenti climatici sia un priorità.
Secondo un'altra indagine americana, l' 81% tra il pubblico ritiene che gli scienziati siano attendibili come fonti di informazione sul global warming.
Alcuni contestano la metodologia di questi studi e sottolineano la difficoltà a cogliere la natura multidimensionale del concetto di fiducia. Altri paventano conflitti d'interesse.
Secondo il report dell'Università di Cardiff Public perceptions of climate change and energy futures in Britain solo il 24% delle persone è d'accordo sul fatto che il cambiamento climatico è causato dalle attività dell'uomo.
Un altro studio della Standford University si domanda, fra le altre cose, se la fiducia negli scienziati sia stata incrinata a causa del Climategate. Sembra di no. Solo il 9% del pubblico americano ritiene che non ci si debba fidare delle affermazioni dei climatologi.
I norvegesi intanto credono nella scienza, ma non ritengono più che l'influenza umana sui cambiamenti climatici sia un priorità.
Secondo un'altra indagine americana, l' 81% tra il pubblico ritiene che gli scienziati siano attendibili come fonti di informazione sul global warming.
Alcuni contestano la metodologia di questi studi e sottolineano la difficoltà a cogliere la natura multidimensionale del concetto di fiducia. Altri paventano conflitti d'interesse.
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martedì 6 aprile 2010
Percezione pubblica delle malattie mentali in UK: nuovo report
Il Dipartimento della Salute della Gran Bretagna ha appena pubblicato un nuovo report sugli atteggiamenti dei cittadini britannici nei confronti delle malattie mentali.
Fra i risultati più importanti:
-People are broadly sympathetic towards people with a mental illness;
-Some attitudes towards people with mental illness are worse compared to when the Department of Health first commissioned the poll in 1994 although a number have improved. Several attitudes that had worsened over the period up until 1997 have since improved.
-Attitudes to a number of statements have changed between 2009 and 2010.
-Opinions on some statements changed towards greater tolerance, for example:
‘Locating mental health facilities in a residential area downgrades the neighbourhood’ - agreement with this statement decreased from 21 percent to 18 percent.
-Some opinions moved more in favour of integrating people with mental illness into the community, for example:
‘Residents have nothing to fear from people coming into their neighbourhood to obtain mental health services’ – agreement with this statement increased from 62 percent to 66 percent.
-On one item though, opinions moved less in favour of integration:
‘Mental hospitals are an outdated means of treating people with mental illness’ – agreement with this statement fell from 37 percent in 2009 to 33 percent in 2010
Un grafico mostra come negli anni sono cambiate le risposte su alcune delle questioni più importanti:

Su un post di Neuroskeptic si trovano alcune critiche alle indagini di questo tipo dal punto di vista metodologico.
Il dato certo è che in Gran Bretagna continuano a esistere gli ospedali psichiatrici. I cittadini di Sua Maestà, stando almeno ai risultati del report, sono propoense a credere in maggioranza che non si tratti di un sistema obsoleto di cura.
Il punto è che il manicomio non è un luogo di cura. Non lo è mai stato. Credo che la domanda nel questionario inglese sia malposta perché si presume una finalità terapeutica dell'ospedale psichiatrico che non ha mai avuto riscontro scientifico. L'ampia percentuale di persone che in Gran Bretagna vuole mantenere quest'istituzione riflette il fatto che la malattia mentale è concepita soprattutto come qualcosa da cui la società deve proteggersi.
La prima cosa da fare è abbattere i manicomi. In Italia, come è noto, è stato fatto grazie al lavoro pionieristico di Franco Basaglia ormai più di trent'anni fa.
Fra i risultati più importanti:
-People are broadly sympathetic towards people with a mental illness;
-Some attitudes towards people with mental illness are worse compared to when the Department of Health first commissioned the poll in 1994 although a number have improved. Several attitudes that had worsened over the period up until 1997 have since improved.
-Attitudes to a number of statements have changed between 2009 and 2010.
-Opinions on some statements changed towards greater tolerance, for example:
‘Locating mental health facilities in a residential area downgrades the neighbourhood’ - agreement with this statement decreased from 21 percent to 18 percent.
-Some opinions moved more in favour of integrating people with mental illness into the community, for example:
‘Residents have nothing to fear from people coming into their neighbourhood to obtain mental health services’ – agreement with this statement increased from 62 percent to 66 percent.
-On one item though, opinions moved less in favour of integration:
‘Mental hospitals are an outdated means of treating people with mental illness’ – agreement with this statement fell from 37 percent in 2009 to 33 percent in 2010
Un grafico mostra come negli anni sono cambiate le risposte su alcune delle questioni più importanti:

Su un post di Neuroskeptic si trovano alcune critiche alle indagini di questo tipo dal punto di vista metodologico.
Il dato certo è che in Gran Bretagna continuano a esistere gli ospedali psichiatrici. I cittadini di Sua Maestà, stando almeno ai risultati del report, sono propoense a credere in maggioranza che non si tratti di un sistema obsoleto di cura.
Il punto è che il manicomio non è un luogo di cura. Non lo è mai stato. Credo che la domanda nel questionario inglese sia malposta perché si presume una finalità terapeutica dell'ospedale psichiatrico che non ha mai avuto riscontro scientifico. L'ampia percentuale di persone che in Gran Bretagna vuole mantenere quest'istituzione riflette il fatto che la malattia mentale è concepita soprattutto come qualcosa da cui la società deve proteggersi.
La prima cosa da fare è abbattere i manicomi. In Italia, come è noto, è stato fatto grazie al lavoro pionieristico di Franco Basaglia ormai più di trent'anni fa.
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