Chiudo lo svolgimento della scaletta relativa all'intervento ormai imminente che farò alla tavola rotonda su Scienza e giornalismo partecipativo in occasione del Festival di internazionale a Ferrara (1-3 ottobre). Le altre puntate sono qui, qui e qui.
La scaletta è:
1. Il giornalismo scientifico è in crisi? E le sue difficoltà sono dovute alla rete?
2. Norme e convenzioni del giornalismo scientifico tradizionale
3. Difficoltà del giornalismo scientifico tra new e old media
4. Iniziative innovative
5. Il giornalismo scientifico dei prossimi anni tra "nuovo giornalismo" ed evoluzione dei rapporti tra scienza e società.
Punto 4. Iniziative innovative
-Gli scienziati-blogger
I blog dedicati a scienza e medicina sono aumentati notevolmente negli ultimi anni. L'esperienza più interessante è costituita dalla piattaforma del “Seed Media Group”, “ScienceBlogs.com”, lanciata nel 2006 per facilitare l’interazione tra ricercatori e altre comunità di scrittori di scienza.
Alcuni studiosi ritengono che le caratteristiche dei blog rendano questo strumento particolarmente adatto al dialogo nella comunicazione della scienza. I blogger scientifici di successo descrivono le loro scoperte come uno straordinario e impellente viaggio intellettuale durante il quale vogliono condividere con altri l’incertezza e le difficoltà delle battaglie cognitive che stanno affrontando. Tutto ciò si addice molto bene alla quotidianità della ricerca. I blog scientifici non ci dicono tanto sulla “scienza pronta all’uso”, ma ci permettono di mettere le mani in pasta nelle discussioni nei laboratori in presa diretta.
Le polemiche tra scienziati-blogger e giornalisti scientifici riproducono quelle simili ad altri ambiti del giornalismo: si discute sulla possibilità, capacità e legittimità da parte degli scienziati di fare a meno, grazie al web, di mediatori.
Lo stesso accade per i progetti in rete grazie ai quali gli scienziati e le istituzioni scientifiche possono
raggiungere direttamente i lettori, a cui raccontano in prima persona i dettagli del proprio lavoro contrapponendosi così all’informazione scientifica sempre meno indipendente veicolata dai mass media tradizionali.
-Iniziative in cui si confonde la linea di demarcazione fra giornalismo e PR
Un progetto che sta suscitando un vivace dibattito negli ultimi tempi è il sito “Futurity.org” presentato come la soluzione al declino subito dal giornalismo scientifico nei tradizionali sbocchi mediatici dell’informazione. Il sito è un aggregatore di comunicati stampa prodotti da differenti centri di ricerca americani. A differenza di iniziative simili già esistenti, come “EurekaAlert” dell’AAAS, la presentazione dei contenuti è realizzata con l’ausilio di immagini accattivanti e seguendo logiche giornalistiche.
I critici di “Futurity.org” sostengono che il sito mischia le carte tra la comunicazione istituzionale, le pubbliche relazioni e il giornalismo vero e proprio. I suoi sostenitori ritengono che favorire la comunicazione diretta degli scienziati attraverso il web e ridurre il numero dei passaggi intermedi è un fatto molto positivo perché permette finalmente la trasmissione delle “verità” della natura.
La discussione suscitata da “Futurity.org” indica una direzione interessante da esplorare: quella di verificare se i giornalisti “divulgatori” e pro-science troveranno una nuova collocazione come comunicatori istituzionali. La rete potrebbe selezionare coloro i quali credono che la loro funzione informativa consista nel riportare il più correttamente possibile le scoperte della scienza da chi ha un atteggiamento più critico e più conforme all’autonomia del giornalismo.
L’esempio di “Futurity.org” è interessante anche perchè dimostra che le istituzioni scientifiche sono disposte a investire in attività di comunicazione diretta con il pubblico attraverso Internet. Se il progetto funziona, è possibile che siano disposte a farlo anche per impiegare persone con background, competenze e convinzioni cratteristiche del giornalista scientifico “embedded”.
“Futurity.org “è interessante infine per i nostri scopi anche per un altro motivo. La discussione attorno alle funzioni di questo sito ripropone infatti delle questioni tradizionali: il tema dell’accuratezza con cui vanno riportate le notizie di scienza, la discussione su chi è più legittimato a parlare di scienza al pubblico dei non-esperti, l’idea che ci sia una coincidenza fra comunicazione della scienza e comprensione e apprezzamento pubblico della scienza. Il tutto si svolge nella cornice dei nuovi media.
I presupposti generali rimangono quindi quelli del modello di deficit, anche se sono arricchiti da considerazioni caratteristiche del contesto attuale della comunicazione della scienza, come la relazione confusa tra professionisti delle pubbliche relazioni, giornalisti che fanno sempre meno il lavoro di cronisti e sempre più quello di desk e scienziati che vogliono interagire direttamente con i pubblici grazie ai nuovi media. Sarà interessante capire se con Internet gli esiti degli sforzi nell’ottica diffusionista saranno diversi da quelli avuti con media tradizionali.
-Giornalismo scientifico dei non-esperti
Abbiamo descritto dei casi che riguardano soprattutto gli scienziati e i giornalisti, ma la possibilità di influenzare il dibattito pubblico sulla scienza attraverso la produzione di informazione che non arriva da fonti tradizionali riguarda molti altri attori, come le case farmaceutiche, le associazioni non governative, i gruppi ambientalisti. In tal senso esistono già diversi progetti consolidati. Ci sono progetti di successo in ambito sanitario in cui attraverso il web 2.0 pazienti, medici, infermieri, assistenti sociali, sono invitati a raccontare le loro esperienze in rete con l’obiettivo di sensibilizzare il grande pubblico, coinvolgere più utenti nell’attività di ricerca, aiutare le famiglie a trovare assieme soluzioni alla fatica del rapporto quotidiano con i propri cari affetti da disturbi. Il principio guida di questi progetti va al di là di un coinvolgimento attivo o passivo: è richiesta una vera e propria partecipazione basata sul riconoscimento e rispetto reciproco dei diversi saperi, esperienze e competenze.
Detto questo, quali sono i possibili scenari che si aprono per il giornalismo scientifico dei prossimi anni?
Affronto la questione nel punto 5 della scaletta.
5. Il giornalismo scientifico dei prossimi anni tra "nuovo giornalismo" ed evoluzione dei rapporti tra scienza e società.
La conclusione è che non c'è più un accordo condiviso sulla definizione di giornalismo scientifico. Due grosse scosse telluriche hanno fatto franare il terreno su cui si poggiavano storicamente le norme e le convenzioni di questa specializzazione giornalistica: una è stata l'emergere di un nuovo ecosistema della comunicazione, problema che riguarda tutto il giornalismo; la seconda il modificarsi dei rapporti tra scienza e società.
Come conseguenza della nascita di un'ecosistema mediatico nuovo, è diventato confuso rispetto al passato il ruolo degli scienziati e delle istituzioni scientifiche nel fornire informazioni. Il giornalismo partecipativo ha determinato come impatto principale l'erosione della linea di confine tra scienziati che comunicano per ragioni promozionali e giornalisti veri e propri.
Questo problema è legato al fatto che la definizione di "giornalismo" in generale si sta estendendo sempre di più per includere forme di produzione dell'informazione che non esistevano fino a poco tempo fa.
Qual è la linea di demarcazione precisa che divide le attività che possiamo chiamare giornalismo da altre forme di comunicazione? Esiste? Non lo so.
Credo che in ogni caso sia arbitraria e che in questo momento si sta giocando una grande battaglia per ridefinire qualcosa su cui alla fine bisognerà prendere una decisione, una decisione che in ultima istanza è di ordine sociale e culturale.
Questo vale a maggior ragione per il giornalismo scientifico, una specializzazione particolarmente cristallizzata in forme e convenzioni sempre meno adeguate al nuovo ecosistema comunicativo. Il giornalismo scientifico continuerà a esistere ma sarà una professione diversa da quella attuale. Quello che vedremo in futuro sarà il frutto di un processo di rivisitazione delle dimensioni che hanno caratterizzato la credibilità giornalistica in passato. Tale rivisitazione dovrà tener conto soprattutto del consumo e dell'uso partecipato delle notizie in cui è centrale il ruolo della rete.
D'altra parte i blog,i siti web e social network mostrano sempre di più che molte problematiche del rapporto tra scienza e società non si possono ridurre unicamente alle componenti scientifiche, ma devono includere questioni più ampie riguardanti la politica, l’economia, l'etica e forme della conoscenza alternative a quelle scientifiche.
Attivare un dialogo efficace significa avere una sensibilità all’ascolto, tener conto del contesto specifico della comunicazione, chiedersi “cosa” va comunicato e “a chi”. Tutti fatti che sembrano scontati ma non lo sono quando si parla di informazione e comunicazione scientifica.
Gli interrogativi sulla crisi del giornalismo scientifico ruotano prevalentemente attorno alla sopravvivenza di giornalisti nati e cresciuti nella carta stampata secondo logiche che non sono più valide universalmente.
Non bisogna confondere questo problema con l’impressione che non ci sia più bisogno di professionisti della comunicazione della scienza. Al contrario. La richiesta di scienza e tecnologia sui media, soprattutto per comprenderne i meccanismi e le implicazioni sociali, è più viva che mai e le competenze richieste al nuovo giornalista scientifico sono, se possibile, ancora maggiori che nel passato. Non gli basta più essere a suo agio con neuroni, funzioni d’onda e proteine e saper produrre dei bei resoconti semplificati della scienza pieni di metafore e analogie. Se vuole continuare a raccontare storie interessanti e utili deve comprendere i cambiamenti del rapporto tra scienza e società cercando di tradurre nella pratica le conseguenze della riconcettualizzazione dei pubblici della scienza raccogliendo allo stesso tempo la sfida dell’evoluzione dei media.
L’ecosistema dei comunicatori della scienza e dei giornalisti scientifici dovrà sempre di più essere abitato da una flora e una fauna di alta biodiversità in grado di sperimentare e proporre nuove narrazioni.
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giovedì 30 settembre 2010
mercoledì 29 settembre 2010
Scienza e giornalismo partecipativo al Festival di Internazionale (3)
Terza puntata dell'intervento sul rapporto tra scienza e giornalismo partecipativo in occasione dell'incontro che si terrà fra un paio di giorni a Ferrara nell'ambito del festival di Internazionale. La prima puntata è qui, la seconda qui.
La scaletta è la seguente:
1. Il giornalismo scientifico è in crisi? E le sue difficoltà sono dovute alla rete?
2. Norme e convenzioni del giornalismo scientifico tradizionale
3. Difficoltà del giornalismo scientifico tra new e old media
4. Iniziative innovative
5. Il giornalismo scientifico dei prossimi anni tra "nuovo giornalismo" ed evoluzione dei rapporti tra scienza e società.
Punto 3. Difficoltà del giornalismo scientifico fra new e old media
La discussione sulla crisi del giornalismo scientifico, attribuita da molti a Internet, ha permesso di mettere in luce alcuni limiti del giornalismo scientifico tradizionale indipendenti dalla rete. A queste si sono aggiunte altre difficoltà dovute effettivamente alla circolazione, diffusione e appropriazione della conoscenza in ambito medico, scientifico e tecnologico derivanti dall'uso delle tecnologie digitali.
a) Difficoltà legate agli sviluppi professionali del giornalismo scientifico indipendenti da Internet:
-Copertura di una gamma di argomenti troppo ampia (dall'antropologia all'astrofisica fino all'alterosclerosi) su cui è impossibile che un singolo individuo abbia le competenze necessarie e il tempo per l'approfondimento;
-La specializzazione delle discipline scientifiche rende difficile capire cosa è davvero importante e cosa non lo è dal punto di vista della ricerca;
-Commercializzazione della ricerca e conseguenti conflitti d'interessi;
-Scienza embargata. Il sistema dell'embargo, vale a dire il fatto che alcune riviste mandano in anticipo i dettagli e i materiali di una ricerca scientifica ai giornalisti a condizione che non vengano pubblicata prima di una certa data, crea vari problemi: il quasi esclusivo monopolio informativo da parte di pochi giornali come Nature, Science, The Lancet per i quali l'embargo è sostanzialmente uno strumento di marketing. L'embargo deprime inoltre attività giornalistiche d'inchiesta originali;
-Crescente ruolo dei PR. Il giornalismo scientifico, in linea con una tendenza che riguarda tutto il giornalismo, si è progressivamente indebolito a favore degli uffici stampa e degli uffici di relazioni pubbliche. Per produrre le notizie, giornalisti mal pagati e mal equipaggiati si affidano ai comunicati stampa o a materiali disposti in “kit informativi” ben confezionati, magari arricchiti da formati multimediali. Chi ha poco tempo, poche risorse e spesso poca preparazione per approfondire e per mettere a confronto la versione ufficiale con fonti indipendenti, difficilmente svolge un lavoro giornalistico qualificato e credibile e una nicchia nel panorama informativo come il giornalismo scientifico risente particolarmente della precarietà professionale che sta investendo il mondo della comunicazione.
b) Difficoltà attribuite alla diffusione di piattafrome multimediali e alla crescita di informazione scientifica in rete.
-Aumento del carico di lavoro per coprire il numero crescente di output richiesti a cui non corrisponde un adeguato aumento delle assunzioni di professionisti specializzati;
-Pack Journalism. Come conseguenza dell'aumento del carico del lavoro e del sistema dell'embargo, i giornalisti specializzati non hanno tempo e non vengono stimolati a un lavoro giornalistico indipendente. Questo porta a un'omogenizzazione della copertura dell'informazione scientifica prodotta sostanzialmente attraverso un'attività di desk centralizzata basata su notizie ricavate da comunicati stampa;
-Verifica dei fatti. L'aumento del carico di lavoro dovuto alla diffusione delle piattaforme multimediali rende molto difficile la verifica dell'attendibilità delle fonti e il confronto fra fonti diverse;
c) Difficoltà legate all'emergere di iniziative di giornalismo scientifico partecipativo.
-La salute e la medicina sono gli ambiti in cui sia gli accademici che i politici si stanno interrogando maggiormente per capire l’uso e gli effetti dell’internet come fonte di informazione e comunicazione scientifica. Ogni giorno entrano in rete milioni di persone per cercare argomenti legati a malattie e terapie. Dall’uso consapevole del World Wide Web ci si aspetta la formazione di cittadini e pazienti in grado di essere più responsabili della propria salute. Le dimensioni in cui si può articolare la formazione della cittadinanza medico-scientifica e la democratizzazione della comunicazione scientifica con l’uso della rete e dei suoi sviluppi sono una questione complessa.
Riguardo allo specifico del giornalismo scientifico i fenomeni su cui si sta discutendo di più sono i blog e le iniziative di comunicazione istituzionale che sembrano attività giornalistiche a tutti gli effetti.
Da molti punti di vista, la disputa tra blogger-scienziati e professionisti dell’informazione si è riprodotta in termini simili a quelli di altri ambiti del giornalismo. Questo aspetto lo approfondisco nel prossimo punto, che riguarda le iniziative innovative di giornalismo scientifico.
La scaletta è la seguente:
1. Il giornalismo scientifico è in crisi? E le sue difficoltà sono dovute alla rete?
2. Norme e convenzioni del giornalismo scientifico tradizionale
3. Difficoltà del giornalismo scientifico tra new e old media
4. Iniziative innovative
5. Il giornalismo scientifico dei prossimi anni tra "nuovo giornalismo" ed evoluzione dei rapporti tra scienza e società.
Punto 3. Difficoltà del giornalismo scientifico fra new e old media
La discussione sulla crisi del giornalismo scientifico, attribuita da molti a Internet, ha permesso di mettere in luce alcuni limiti del giornalismo scientifico tradizionale indipendenti dalla rete. A queste si sono aggiunte altre difficoltà dovute effettivamente alla circolazione, diffusione e appropriazione della conoscenza in ambito medico, scientifico e tecnologico derivanti dall'uso delle tecnologie digitali.
a) Difficoltà legate agli sviluppi professionali del giornalismo scientifico indipendenti da Internet:
-Copertura di una gamma di argomenti troppo ampia (dall'antropologia all'astrofisica fino all'alterosclerosi) su cui è impossibile che un singolo individuo abbia le competenze necessarie e il tempo per l'approfondimento;
-La specializzazione delle discipline scientifiche rende difficile capire cosa è davvero importante e cosa non lo è dal punto di vista della ricerca;
-Commercializzazione della ricerca e conseguenti conflitti d'interessi;
-Scienza embargata. Il sistema dell'embargo, vale a dire il fatto che alcune riviste mandano in anticipo i dettagli e i materiali di una ricerca scientifica ai giornalisti a condizione che non vengano pubblicata prima di una certa data, crea vari problemi: il quasi esclusivo monopolio informativo da parte di pochi giornali come Nature, Science, The Lancet per i quali l'embargo è sostanzialmente uno strumento di marketing. L'embargo deprime inoltre attività giornalistiche d'inchiesta originali;
-Crescente ruolo dei PR. Il giornalismo scientifico, in linea con una tendenza che riguarda tutto il giornalismo, si è progressivamente indebolito a favore degli uffici stampa e degli uffici di relazioni pubbliche. Per produrre le notizie, giornalisti mal pagati e mal equipaggiati si affidano ai comunicati stampa o a materiali disposti in “kit informativi” ben confezionati, magari arricchiti da formati multimediali. Chi ha poco tempo, poche risorse e spesso poca preparazione per approfondire e per mettere a confronto la versione ufficiale con fonti indipendenti, difficilmente svolge un lavoro giornalistico qualificato e credibile e una nicchia nel panorama informativo come il giornalismo scientifico risente particolarmente della precarietà professionale che sta investendo il mondo della comunicazione.
b) Difficoltà attribuite alla diffusione di piattafrome multimediali e alla crescita di informazione scientifica in rete.
-Aumento del carico di lavoro per coprire il numero crescente di output richiesti a cui non corrisponde un adeguato aumento delle assunzioni di professionisti specializzati;
-Pack Journalism. Come conseguenza dell'aumento del carico del lavoro e del sistema dell'embargo, i giornalisti specializzati non hanno tempo e non vengono stimolati a un lavoro giornalistico indipendente. Questo porta a un'omogenizzazione della copertura dell'informazione scientifica prodotta sostanzialmente attraverso un'attività di desk centralizzata basata su notizie ricavate da comunicati stampa;
-Verifica dei fatti. L'aumento del carico di lavoro dovuto alla diffusione delle piattaforme multimediali rende molto difficile la verifica dell'attendibilità delle fonti e il confronto fra fonti diverse;
c) Difficoltà legate all'emergere di iniziative di giornalismo scientifico partecipativo.
-La salute e la medicina sono gli ambiti in cui sia gli accademici che i politici si stanno interrogando maggiormente per capire l’uso e gli effetti dell’internet come fonte di informazione e comunicazione scientifica. Ogni giorno entrano in rete milioni di persone per cercare argomenti legati a malattie e terapie. Dall’uso consapevole del World Wide Web ci si aspetta la formazione di cittadini e pazienti in grado di essere più responsabili della propria salute. Le dimensioni in cui si può articolare la formazione della cittadinanza medico-scientifica e la democratizzazione della comunicazione scientifica con l’uso della rete e dei suoi sviluppi sono una questione complessa.
Riguardo allo specifico del giornalismo scientifico i fenomeni su cui si sta discutendo di più sono i blog e le iniziative di comunicazione istituzionale che sembrano attività giornalistiche a tutti gli effetti.
Da molti punti di vista, la disputa tra blogger-scienziati e professionisti dell’informazione si è riprodotta in termini simili a quelli di altri ambiti del giornalismo. Questo aspetto lo approfondisco nel prossimo punto, che riguarda le iniziative innovative di giornalismo scientifico.
martedì 28 settembre 2010
Scienza e giornalismo partecipativo al Festival di Internazionale (2)
Svolgo il secondo punto della scaletta che mi sono promesso di rispettare per l'intervento che farò fra qualche giornao al Festival di Internazionale a Ferrara, nell'ambito dell'incontro su Scienza e giornalismo partecipativo.
La scaletta è la seguente:
1. Il giornalismo scientifico è in crisi? E le sue difficoltà sono dovute alla rete?
2. Norme e convenzioni del giornalismo scientifico tradizionale
3. Difficoltà del giornalismo scientifico tra new e old media
4. Iniziative innovative
5. Il giornalismo scientifico dei prossimi anni tra "nuovo giornalismo" ed evoluzione dei rapporti tra scienza e società.
Punto 2. Norme e convenzioni del giornalismo scientifico tradizionale
Di scienza sui giornali si scrive fin dalla loro invenzione e ancora di più quando questi si affermano come principale espressione della cultura popolare. La comparsa di una nuova figura redazionale, rispettata e specializzata nel riportare i fatti della scienza è però lenta e successiva.
La notizia scientifica acquista lo status di un genere giornalistico riconoscibile solo verso la fine della Prima Guerra Mondiale. Durante gli anni '30 del Novecento si costituiscono le prime associazioni di professionisti negli Stati Uniti e in Gran Bretagna. A partire dal mondo anglosassone si definisce un modello di norme, convenzioni, pratiche e relazioni che si diffonde con successo in tutto il mondo e rimane incontrastato grosso modo fino agli anni '60 del Novecento, quando in seguito alle istanze dei movimenti pacifisti, ambientalisti e antimilitaristi iniziano a essere raccontati gli aspetti controversi dello sviluppo scientifico.
Nonostante da più di quarant'anni due modelli di giornalismo scientifico si contendano la scena, ancora oggi prevale l'immagine del giornalista scientifico il cui ruolo è quello di fornire un aiuto nel promuovere i benefici della scienza e della tecnologia in nome di un complessivo progresso sociale. Da tale approccio derivano le ragioni per cui un fatto scientifico diventa notiziabile, i "valori notizia" del giornalismo scientifico, vale a dire le modalità attraverso cui alcuni fatti del mondo della scienza, e non altri, trovano spazio sui media.
In sintesi la figura del giornalismo scientifico e del giornalista scientifico tradizionali possono essere così descritte:
a) Funzioni: i giornalisti scientifici devono promuovere un'immagine positiva della scienza e della tecnologia, sono portavoci della Verità al servizio della modernità; il loro compito è di tradurre e di spiegare la scienza riducendo al minimo le distorsioni da un ideale conoscitivo. Fare inchieste e analisi non rientra nei loro compiti. Poco spazio viene lasciato al "perché" gli scienziati fanno il loro lavoro;
b) Pratiche: simbiosi con la comunità scientifica; allineamento con i ritmi della scienza da coprire; autonomia e distinzione dalle altre componenti delle redazioni giornalistiche;
c) Fonti: gli scienziati e le riviste scientifiche, soprattutto quelle con alto impact factor (Nature e Science);
d) Criteri di notiziabilità: attendibilità delle fonti; fascinazione e distanza dalle preoccupazioni quotidiane ad esempio per fisica, astronomia, geologia; conseguenze sulla salute umana per le scienze della vita; importanza dell'impresa conoscitiva in generale e delle ricadute positive dell'avanzamento della conoscenza scientifica per la società;
e) Cornici: le cornici sono strategie impegate dai giornalisti per rendere un fatto significativo agli occhi dei lettori. Le cornici organizzano le idee, danno enfasi ad alcuni aspetti e meno ad altri, vengono definite in modo da risuonare con il backgorund di valori, aspettative e orientamenti dei diversi pubblici, permettono una rapida identificazione delle ragioni per cui una questione è importante, chi può essere il responsabile e per capire ciò che andrebbe fatto.
Il processo di costruzione delle cornici è frutto di negoziazioni attraverso cui si decide ad esempio la posizione, il titolo, le didascalie, le immagini che devono accompagnare un articolo. Diversi attori partecipano alla definizione delle cornici, tra cui giornalisti, redattori, editori, fonti. Complessivamente le cornici hanno una conseguenza non solo nella scelta di quali affermazioni o fatti espressi dalle fonti vegnono selezionate come notiziabili, ma anche nelle convenzioni narrative con cui le notizie sono riportate e nelle possibili conseguenze sulla percezione pubblica.
Nel giornalismo scientifico tradizionale, le convenzioni narrative con cui vengono coperte la scienza e gli scienziati sono: inaccessibilità, superiorità morale, distanza dalla cose ordinarie degli scienziati; la scienza come prodotto finito, le scoperte scientifiche come risultati certi e oggettivi; la scienza come strumento potente di trasformazione sociale e culturale; rapporto causale fra scienza e tecnologia; lo scienziato come figura solitaria, disinteressato e appassionato cercatore della verità.
Queste forme, convenzioni e pratiche hanno generato un certo numero di problemi classici del giornalismo scientifico a cui se ne sono aggiunti dei nuovi sia per l'evoluzione dei rapporti tra scienza e società che per l'emergere delle tecnologie digitali. Questo è l'argomento che tratterò nel terzo punto del mio intervento.
La scaletta è la seguente:
1. Il giornalismo scientifico è in crisi? E le sue difficoltà sono dovute alla rete?
2. Norme e convenzioni del giornalismo scientifico tradizionale
3. Difficoltà del giornalismo scientifico tra new e old media
4. Iniziative innovative
5. Il giornalismo scientifico dei prossimi anni tra "nuovo giornalismo" ed evoluzione dei rapporti tra scienza e società.
Punto 2. Norme e convenzioni del giornalismo scientifico tradizionale
Di scienza sui giornali si scrive fin dalla loro invenzione e ancora di più quando questi si affermano come principale espressione della cultura popolare. La comparsa di una nuova figura redazionale, rispettata e specializzata nel riportare i fatti della scienza è però lenta e successiva.
La notizia scientifica acquista lo status di un genere giornalistico riconoscibile solo verso la fine della Prima Guerra Mondiale. Durante gli anni '30 del Novecento si costituiscono le prime associazioni di professionisti negli Stati Uniti e in Gran Bretagna. A partire dal mondo anglosassone si definisce un modello di norme, convenzioni, pratiche e relazioni che si diffonde con successo in tutto il mondo e rimane incontrastato grosso modo fino agli anni '60 del Novecento, quando in seguito alle istanze dei movimenti pacifisti, ambientalisti e antimilitaristi iniziano a essere raccontati gli aspetti controversi dello sviluppo scientifico.
Nonostante da più di quarant'anni due modelli di giornalismo scientifico si contendano la scena, ancora oggi prevale l'immagine del giornalista scientifico il cui ruolo è quello di fornire un aiuto nel promuovere i benefici della scienza e della tecnologia in nome di un complessivo progresso sociale. Da tale approccio derivano le ragioni per cui un fatto scientifico diventa notiziabile, i "valori notizia" del giornalismo scientifico, vale a dire le modalità attraverso cui alcuni fatti del mondo della scienza, e non altri, trovano spazio sui media.
In sintesi la figura del giornalismo scientifico e del giornalista scientifico tradizionali possono essere così descritte:
a) Funzioni: i giornalisti scientifici devono promuovere un'immagine positiva della scienza e della tecnologia, sono portavoci della Verità al servizio della modernità; il loro compito è di tradurre e di spiegare la scienza riducendo al minimo le distorsioni da un ideale conoscitivo. Fare inchieste e analisi non rientra nei loro compiti. Poco spazio viene lasciato al "perché" gli scienziati fanno il loro lavoro;
b) Pratiche: simbiosi con la comunità scientifica; allineamento con i ritmi della scienza da coprire; autonomia e distinzione dalle altre componenti delle redazioni giornalistiche;
c) Fonti: gli scienziati e le riviste scientifiche, soprattutto quelle con alto impact factor (Nature e Science);
d) Criteri di notiziabilità: attendibilità delle fonti; fascinazione e distanza dalle preoccupazioni quotidiane ad esempio per fisica, astronomia, geologia; conseguenze sulla salute umana per le scienze della vita; importanza dell'impresa conoscitiva in generale e delle ricadute positive dell'avanzamento della conoscenza scientifica per la società;
e) Cornici: le cornici sono strategie impegate dai giornalisti per rendere un fatto significativo agli occhi dei lettori. Le cornici organizzano le idee, danno enfasi ad alcuni aspetti e meno ad altri, vengono definite in modo da risuonare con il backgorund di valori, aspettative e orientamenti dei diversi pubblici, permettono una rapida identificazione delle ragioni per cui una questione è importante, chi può essere il responsabile e per capire ciò che andrebbe fatto.
Il processo di costruzione delle cornici è frutto di negoziazioni attraverso cui si decide ad esempio la posizione, il titolo, le didascalie, le immagini che devono accompagnare un articolo. Diversi attori partecipano alla definizione delle cornici, tra cui giornalisti, redattori, editori, fonti. Complessivamente le cornici hanno una conseguenza non solo nella scelta di quali affermazioni o fatti espressi dalle fonti vegnono selezionate come notiziabili, ma anche nelle convenzioni narrative con cui le notizie sono riportate e nelle possibili conseguenze sulla percezione pubblica.
Nel giornalismo scientifico tradizionale, le convenzioni narrative con cui vengono coperte la scienza e gli scienziati sono: inaccessibilità, superiorità morale, distanza dalla cose ordinarie degli scienziati; la scienza come prodotto finito, le scoperte scientifiche come risultati certi e oggettivi; la scienza come strumento potente di trasformazione sociale e culturale; rapporto causale fra scienza e tecnologia; lo scienziato come figura solitaria, disinteressato e appassionato cercatore della verità.
Queste forme, convenzioni e pratiche hanno generato un certo numero di problemi classici del giornalismo scientifico a cui se ne sono aggiunti dei nuovi sia per l'evoluzione dei rapporti tra scienza e società che per l'emergere delle tecnologie digitali. Questo è l'argomento che tratterò nel terzo punto del mio intervento.
sabato 25 settembre 2010
Scienza e giornalismo partecipativo a Ferrara in occasione del Festival di Internazionale
Venerdì prossimo primo ottobre, nell'ambito delle iniziative legate al Festival di Internazionale a Ferrara, si parla di scienza e giornalismo partecipativo. Sul sito di Youcapital si trova il comunicato stampa dell'evento a cui partecipo anche io.
L'abstract che ho inviato agli organizzatori è il seguente:
L'epoca in cui il giornalista scientifico godeva di un trattamento privilegiato all'interno delle redazioni è finita. Si restringono i suoi spazi in quotidiani, riviste, radio e tv e la sua autorità narrativa è contestata dal ruolo crescente dei pubblici che popolano l'ecosistema comunicativo digitale. Il giornalismo scientifico, da una parte, subisce in modo significativo le conseguenze della riconfigurazione storica che sta segnando il passaggio dai mass-media tradizionali alla comunicazione collaborativa in rete. Dall'altra, quelle legate al mutato rapporto tra scienza e società. Eppure c'è sempre più bisogno di informazione su temi di scienza, tecnologia, medicina.
E c'è bisogno di nuove professionalità che sappiano districarsi nell'interazione tra nuovi media e media tradizionali. Il giornalismo scientifico può diventare uno dei settori più vitali del giornalismo dei prossimi anni, a patto che esca dai limiti del genere, inauguri nuove narrazioni e accetti le logiche dell'informazione in rete.
Penso che seguirò la seguente scaletta:
1. Il giornalismo scientifico è in crisi? E le sue difficoltà sono dovute alla rete?
2. Norme e convenzioni del giornalismo scientifico tradizionale
3. Difficoltà del giornalismo scientifico tra new e old media
4. Iniziative innovative
5. Il giornalismo scientifico dei prossimi anni tra "nuovo giornalismo" ed evoluzione dei rapporti tra scienza e società.
Punto 1.
Da un po' di tempo la crisi del giornalismo scientifico è diventata centrale nelle discussioni tra gli addetti ai lavori. Lo scorso anno è stata un argomento centrale della Sesta Conferenza Mondiale dei Giornalisti Scientifici tenutasi a luglio a Londra. Da alcuni la crisi è considerata un'opportunità per ripensare forme, modi e pratiche del giornalismo in generale. Per altri si tratta della fine di un genere specialistico che ha goduto di una certa fortuna nel mondo dell'informazione e che si sta inesorabilmente avviando verso la fine.
Alla Conferenza Mondiale dei giornalisti scientifici si è dibattuto molto dei trend nel reclutamento e nell'uso di specialisti dell'informazione su questioni scientifiche, mediche e tecnologiche. La percezione diffusa, soprattutto negli Stati Uniti, è che ci sia una drammatica riduzione dei posti di lavoro per i giornalisti scientifici nelle redazioni di quotidiani, magazine, radio e televisioni. Bisogna sottolineare che queste percezioni hanno bisogno di un'evidenza empirica. In ogni caso, è un tipo di discussione in linea coi dibattiti su una più generale crisi dell'industria e della professione giornalistica, in particolare di alcuni suoi prodotti classici, come la stampa quotidiana.
Non è un segreto che questa industria sta subendo un'emorragia occupazionale senza precedenti.
Il modello di business per giornalismo della carta stampata sta collassando per una combinazione di fattori: diminuizione della diffusione di copie e di lettori, recessione, calo delle inserzioni pubblicitarie. Questa tendenza è particolarmente significativa per i giornalisti specializzati. La scienza è considerata un argomento specialistico, di nicchia. Le pressioni economiche stanno forzando le organizzazioni mediatiche a ridurre il loro impegno nel trattare la scienza e a tagliare posti di lavoro con la motivazione di rifocalizzare le priorità attorno ad argomenti non-specialistici.
E' un approccio che considera l'informazione scientifica un bene di lusso che in tempi di crisi non ci si può permettere. E' un atteggiamento miope non solo perché non considera il ruolo che il giornalismo scientifico può e deve giocare nella ristrutturazione del giornalismo del futuro, ma di corto raggio anche da un punto di vista più pragmatico: le storie sul cambiamento climatico, la ricerca sulle cellule staminali, l'evoluzione, il bio-terrorismo, sono interessanti per i lettori e vendono.
Nelle discussioni sulla crisi del giornalismo scientifico, il colpevole è spesso individuato in Internet e nelle nuove tecnologie.
Credo che la rete ha causato una crisi occupazionale per i giornalisti scientifici tradizionali e ha messo in evidenza i limiti delle forme e delle convenzioni del giornalismo scientifico tradizionale. Si tratta di professionisti che hanno definito storicamente le loro pratiche di lavoro soprattutto nel mondo della carta stampata.
Da una parte, questa crisi non va confusa con una crisi generale della comunicazione della scienza, che è al contrario in una fase vitale e di grande sviluppo. Non c'è paragone, anche rispetto al recente passato, nelle modalità con cui, grazie alla rete, il mondo scientifico interagisce con un numero crescente di pubblici per ragioni, fra l'altro, molto più articolate di quelle tradizionalmente assegnate al giornalismo scientifico. E' un momento molto creativo e stimolante per il giornalismo scientifico. Più in generale, si stanno sperimentando e stanno emergendo nuovi metodi di produzione e validazione dell'informazione. Si stanno definendo nuove modalità con cui il giornalismo, incluso il giornalismo scientifico, costruisce la sua credibilità attraverso relazioni e negoziazioni inedite con le fonti produttrici degli eventi e con il pubblico di consumatori delle notizie. Nel caso del giornalismo scientifico, in queste negoziazioni differenti rispetto al passato, un ruolo cruciale e controverso lo giocano gli scienziati stessi.
Dall'altra parte, la crisi occupazionale della figura del giornalista scientifico nelle redazioni dei mezzi di comunicazione di massa non va sottovalutata. Perché, se è vero che alla diminuzione dei posti di lavoro full- time per i giornalisti scientifici nelle redazioni si associa la crescita di altri spazi di comunicazione scientifica, i nuovi attori subentrati non possono svolgere alcune delle funzioni centrali del giornalista.
L'abstract che ho inviato agli organizzatori è il seguente:
L'epoca in cui il giornalista scientifico godeva di un trattamento privilegiato all'interno delle redazioni è finita. Si restringono i suoi spazi in quotidiani, riviste, radio e tv e la sua autorità narrativa è contestata dal ruolo crescente dei pubblici che popolano l'ecosistema comunicativo digitale. Il giornalismo scientifico, da una parte, subisce in modo significativo le conseguenze della riconfigurazione storica che sta segnando il passaggio dai mass-media tradizionali alla comunicazione collaborativa in rete. Dall'altra, quelle legate al mutato rapporto tra scienza e società. Eppure c'è sempre più bisogno di informazione su temi di scienza, tecnologia, medicina.
E c'è bisogno di nuove professionalità che sappiano districarsi nell'interazione tra nuovi media e media tradizionali. Il giornalismo scientifico può diventare uno dei settori più vitali del giornalismo dei prossimi anni, a patto che esca dai limiti del genere, inauguri nuove narrazioni e accetti le logiche dell'informazione in rete.
Penso che seguirò la seguente scaletta:
1. Il giornalismo scientifico è in crisi? E le sue difficoltà sono dovute alla rete?
2. Norme e convenzioni del giornalismo scientifico tradizionale
3. Difficoltà del giornalismo scientifico tra new e old media
4. Iniziative innovative
5. Il giornalismo scientifico dei prossimi anni tra "nuovo giornalismo" ed evoluzione dei rapporti tra scienza e società.
Punto 1.
Da un po' di tempo la crisi del giornalismo scientifico è diventata centrale nelle discussioni tra gli addetti ai lavori. Lo scorso anno è stata un argomento centrale della Sesta Conferenza Mondiale dei Giornalisti Scientifici tenutasi a luglio a Londra. Da alcuni la crisi è considerata un'opportunità per ripensare forme, modi e pratiche del giornalismo in generale. Per altri si tratta della fine di un genere specialistico che ha goduto di una certa fortuna nel mondo dell'informazione e che si sta inesorabilmente avviando verso la fine.
Alla Conferenza Mondiale dei giornalisti scientifici si è dibattuto molto dei trend nel reclutamento e nell'uso di specialisti dell'informazione su questioni scientifiche, mediche e tecnologiche. La percezione diffusa, soprattutto negli Stati Uniti, è che ci sia una drammatica riduzione dei posti di lavoro per i giornalisti scientifici nelle redazioni di quotidiani, magazine, radio e televisioni. Bisogna sottolineare che queste percezioni hanno bisogno di un'evidenza empirica. In ogni caso, è un tipo di discussione in linea coi dibattiti su una più generale crisi dell'industria e della professione giornalistica, in particolare di alcuni suoi prodotti classici, come la stampa quotidiana.
Non è un segreto che questa industria sta subendo un'emorragia occupazionale senza precedenti.
Il modello di business per giornalismo della carta stampata sta collassando per una combinazione di fattori: diminuizione della diffusione di copie e di lettori, recessione, calo delle inserzioni pubblicitarie. Questa tendenza è particolarmente significativa per i giornalisti specializzati. La scienza è considerata un argomento specialistico, di nicchia. Le pressioni economiche stanno forzando le organizzazioni mediatiche a ridurre il loro impegno nel trattare la scienza e a tagliare posti di lavoro con la motivazione di rifocalizzare le priorità attorno ad argomenti non-specialistici.
E' un approccio che considera l'informazione scientifica un bene di lusso che in tempi di crisi non ci si può permettere. E' un atteggiamento miope non solo perché non considera il ruolo che il giornalismo scientifico può e deve giocare nella ristrutturazione del giornalismo del futuro, ma di corto raggio anche da un punto di vista più pragmatico: le storie sul cambiamento climatico, la ricerca sulle cellule staminali, l'evoluzione, il bio-terrorismo, sono interessanti per i lettori e vendono.
Nelle discussioni sulla crisi del giornalismo scientifico, il colpevole è spesso individuato in Internet e nelle nuove tecnologie.
Credo che la rete ha causato una crisi occupazionale per i giornalisti scientifici tradizionali e ha messo in evidenza i limiti delle forme e delle convenzioni del giornalismo scientifico tradizionale. Si tratta di professionisti che hanno definito storicamente le loro pratiche di lavoro soprattutto nel mondo della carta stampata.
Da una parte, questa crisi non va confusa con una crisi generale della comunicazione della scienza, che è al contrario in una fase vitale e di grande sviluppo. Non c'è paragone, anche rispetto al recente passato, nelle modalità con cui, grazie alla rete, il mondo scientifico interagisce con un numero crescente di pubblici per ragioni, fra l'altro, molto più articolate di quelle tradizionalmente assegnate al giornalismo scientifico. E' un momento molto creativo e stimolante per il giornalismo scientifico. Più in generale, si stanno sperimentando e stanno emergendo nuovi metodi di produzione e validazione dell'informazione. Si stanno definendo nuove modalità con cui il giornalismo, incluso il giornalismo scientifico, costruisce la sua credibilità attraverso relazioni e negoziazioni inedite con le fonti produttrici degli eventi e con il pubblico di consumatori delle notizie. Nel caso del giornalismo scientifico, in queste negoziazioni differenti rispetto al passato, un ruolo cruciale e controverso lo giocano gli scienziati stessi.
Dall'altra parte, la crisi occupazionale della figura del giornalista scientifico nelle redazioni dei mezzi di comunicazione di massa non va sottovalutata. Perché, se è vero che alla diminuzione dei posti di lavoro full- time per i giornalisti scientifici nelle redazioni si associa la crescita di altri spazi di comunicazione scientifica, i nuovi attori subentrati non possono svolgere alcune delle funzioni centrali del giornalista.
mercoledì 22 settembre 2010
La comunicazione della scienza è davvero una disciplina?
E' stato pubblicato ieri il numero di settembre di Jcom, la rivista di ricerca in comunicazione della scienza di cui sono direttore.
Segnalo il commentario dedicato allo statuto e al futuro della ricerca in comunicazione della scienza. Hanno contribuito alcuni tra i big internazionali del settore, tra cui Massimiano Bucchi, Brian Trench, Susanna Hornig Priest, Rick Holliman.
Segnalo il commentario dedicato allo statuto e al futuro della ricerca in comunicazione della scienza. Hanno contribuito alcuni tra i big internazionali del settore, tra cui Massimiano Bucchi, Brian Trench, Susanna Hornig Priest, Rick Holliman.
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giovedì 9 settembre 2010
In Cina c'è posto per i comunicatori della scienza
Entro il 2020 la Cina vuole raddoppiare il numero di professionisti impegnati a comunicare la scienza. La notizia è riportata su Scidev.net.
Colpiscono due cose:
1. I numeri. Entro il 2020 secondo il "2010-2020 China's Popular Science Talent Plan" bisogna raggiungere l'obiettivo di 4 (quattro) milioni di comunicatori scientifici.
2. Una forza emergente come la Cina punta non solo alla scienza e alla tecnologia per affermarsi come grande potenza dei prossimi anni, ma in modo strutturato e massiccio alla comunicazione.
Questi dati sono la migliore risposta concreta a chi accusa di fumosità e retorica il passaggio alla società della conoscenza e il ruolo decisivo dell'interconnessione tra ricerca, sviluppo e comunicazione nella riconfigurazione dei poteri del XXI secolo.
Colpiscono due cose:
1. I numeri. Entro il 2020 secondo il "2010-2020 China's Popular Science Talent Plan" bisogna raggiungere l'obiettivo di 4 (quattro) milioni di comunicatori scientifici.
2. Una forza emergente come la Cina punta non solo alla scienza e alla tecnologia per affermarsi come grande potenza dei prossimi anni, ma in modo strutturato e massiccio alla comunicazione.
Questi dati sono la migliore risposta concreta a chi accusa di fumosità e retorica il passaggio alla società della conoscenza e il ruolo decisivo dell'interconnessione tra ricerca, sviluppo e comunicazione nella riconfigurazione dei poteri del XXI secolo.
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mercoledì 8 settembre 2010
Giornalismo scientifico: altre narrazioni sono possibili
Il giornalismo scientifico si è definito storicamente, soprattutto a partire dalla Seconda Guerra Mondiale in poi, come quell'attività professionale che consiste nel riportare sui media le scoperte della scienza in un linguaggio comprensibile ai non-esperti.
Questo obiettivo ha determinato specifiche routine produttive: in primis la pratica di aspettare la pubblicazione del paper accreditato dalle riviste scientifiche attraverso il processo di peer-review prima di fare uscire la notizia su radio, giornali, televisioni.
Il contesto di produzione della conoscenza scientifica e le sue implicazioni etiche, politiche, sociali non fanno parte degli interessi del giornalismo scientifico tradizionale.
Alice Bell ha scritto un post interessante su un possibile giornalismo scientifico upstream. In sintesi bisogna parlare, dice Alice, non solo della "scienza pronta all'uso" ma anche della "scienza-in-azione", la scienza nel suo farsi.
Elementi della narrazione proposta da Alice: il laboratorio scientifico, e più in generale il contesto in cui si svolge l'azione di ricerca degli scienziati, è come un teatro; su questa scena gli scienziati "trovano interessante", "si meravigliano", "sono eccitati" da qualcosa e non, in modo anonimo, "hanno scoperto che", "stanno lavorando per". Puntare più al processo che al risultato, insomma.
Altro punto importante del post è mostrare non solo il lavoro degli scienziati nel suo farsi ma anche quello dei giornalisti scientifici. Bisogna usare il web per far capire al pubblico come il giornalista costruisce la notizia e come si modifica nel tempo la storia che sta raccontando attraverso anche la partecipazione dei lettori.
Il post di Alice ha ricevuto molti commenti e anche critiche. Al di là di alcune obiezioni condivisibili trovo la discussione interessante perché è un esempio concreto di perché e di come si debbano cercare nuove narrazioni per la scienza sui media. Il mantra dell'innovazione nell'informazione riguarda anche il giornalismo scientifico, a mio parere soprattutto il giornalismo scientifico.
La narrazione, insieme ai software, alle routine produttive, al design sono gli elementi di cui discutere. Attraverso la sperimentazione su tutti questi aspetti l'informazione su scienza e tecnologia deve trovare il suo ruolo da protagonista nel nuovo ecosistema della comunicazione.
Questo obiettivo ha determinato specifiche routine produttive: in primis la pratica di aspettare la pubblicazione del paper accreditato dalle riviste scientifiche attraverso il processo di peer-review prima di fare uscire la notizia su radio, giornali, televisioni.
Il contesto di produzione della conoscenza scientifica e le sue implicazioni etiche, politiche, sociali non fanno parte degli interessi del giornalismo scientifico tradizionale.
Alice Bell ha scritto un post interessante su un possibile giornalismo scientifico upstream. In sintesi bisogna parlare, dice Alice, non solo della "scienza pronta all'uso" ma anche della "scienza-in-azione", la scienza nel suo farsi.
Elementi della narrazione proposta da Alice: il laboratorio scientifico, e più in generale il contesto in cui si svolge l'azione di ricerca degli scienziati, è come un teatro; su questa scena gli scienziati "trovano interessante", "si meravigliano", "sono eccitati" da qualcosa e non, in modo anonimo, "hanno scoperto che", "stanno lavorando per". Puntare più al processo che al risultato, insomma.
Altro punto importante del post è mostrare non solo il lavoro degli scienziati nel suo farsi ma anche quello dei giornalisti scientifici. Bisogna usare il web per far capire al pubblico come il giornalista costruisce la notizia e come si modifica nel tempo la storia che sta raccontando attraverso anche la partecipazione dei lettori.
Il post di Alice ha ricevuto molti commenti e anche critiche. Al di là di alcune obiezioni condivisibili trovo la discussione interessante perché è un esempio concreto di perché e di come si debbano cercare nuove narrazioni per la scienza sui media. Il mantra dell'innovazione nell'informazione riguarda anche il giornalismo scientifico, a mio parere soprattutto il giornalismo scientifico.
La narrazione, insieme ai software, alle routine produttive, al design sono gli elementi di cui discutere. Attraverso la sperimentazione su tutti questi aspetti l'informazione su scienza e tecnologia deve trovare il suo ruolo da protagonista nel nuovo ecosistema della comunicazione.
giovedì 2 settembre 2010
Un progetto su scienza e twitter
La Science Communication Unit dell'Università del West England vuole esplorare lo stato dell'arte della comunicazione della scienza e del public engagement su questioni di scienza e tecnologia attraverso twitter. Quanto è usato lo strumento, da chi e da come?
Il progetto si chiama "Science in 140 Characters or Less: Public Engagement and the Twittersphere". A questo indirizzo si trova un questionario, che fa parte del progetto, scritto da Toby Shannon.
Il progetto si chiama "Science in 140 Characters or Less: Public Engagement and the Twittersphere". A questo indirizzo si trova un questionario, che fa parte del progetto, scritto da Toby Shannon.
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lunedì 26 luglio 2010
Fare il comunicatore della scienza a Londra
Jo Brodie ha fatto un utile lavoro di sistemazione delle realtà che possono offrire un impiego ai professionisti della comunicazione scientifica in Inghilterra, soprattutto nella capitale e dintorni.
Molto utile da leggere anche per gli italiani che vogliono capire dove si può stimolare la domanda, quali sono i luoghi possibili per spendere la propria professionalità.
Molto utile da leggere anche per gli italiani che vogliono capire dove si può stimolare la domanda, quali sono i luoghi possibili per spendere la propria professionalità.
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lunedì 19 luglio 2010
La comunicazione della scienza per lo sviluppo
Un editoriale di David Dickson, direttore di Scidev.net, sottolinea che aiutare i paesi in via di sviluppo a comunicare e a usare la scienza è essenziale per gli aiuti internazionali e la diplomazia.
Il pezzo di Dickson offre spunti utili per intravedere le possibilità di sviluppo del giornalismo scientifico in latitudini diverse dalla nostre. Scrive Dickson:
"And that again underlines the importance of science communication. The key word here is 'inform'. Informing policy decisions means ensuring that all stakeholders have access to relevant scientific information, in a form they can easily understand — in other words, to well-communicated science."
Il pezzo di Dickson offre spunti utili per intravedere le possibilità di sviluppo del giornalismo scientifico in latitudini diverse dalla nostre. Scrive Dickson:
"And that again underlines the importance of science communication. The key word here is 'inform'. Informing policy decisions means ensuring that all stakeholders have access to relevant scientific information, in a form they can easily understand — in other words, to well-communicated science."
SciDev.Net: Science communication for development from SciDev.Net on Vimeo.
venerdì 18 giugno 2010
Come formare comunicatori della scienza: interdisciplinarietà
Cosa bisogna insegnare a chi vuole fare professionalmente comunicazione della scienza?
E' un po' che si discute il problema e la risposta non è univoca. In scuole e paesi diversi le risposte sono differenti e cambiano a seconda di bisogni degli studenti, dei background dei docenti e delle visioni del rapporto tra scienza e società.
Tra le iniziative più aggiornate in ambito formativo di respiro internazionale c'è il progetto Esconet e, più focalizzato sulla realtà americana, un curriculum sperimentale dell'Arkansas State University (Pearce et al, An Interdisciplinary Approach to Science Communication Education, Communicating Science, Routledge, 2010: 235-252)
Questi ultimi due esempi sono focalizzati sugli insegnamenti da fornire agli scienziati che vogliono interagire con i media e costruire relazioni sociali e culturali migliori con diversi attori sociali.
Pur nelle diversità di approcci, tutti sono d'accordo su un concetto: la formazione in comunicazione della scienza si deve basare su un approccio interdisciplinare. Nella visione tradizionale, per nulla tramontata, l'obiettivo della formazione è avere professionisti che predicano ai convertiti, ai fan della scienza, attraverso l'acquisizione di competenze tecniche specifiche.
La società della conoscenza richiede viceversa la nascita di figure intellettuali in grado di abbracciare: le varie dimensioni della scienza; le relazioni nuove tra scienza e società; l'evoluzione dell'ecosistema dell'informazione.
Abbiamo bisogno di un comunicatore totale della scienza (denominazione inventata da Pietro Greco).
Le scuole di comunicazione della scienza nel mondo sembra che si stiano attrezzando per fornire il giusto mix di interdisciplinarietà per rispondere a questa esigenza.
E' un po' che si discute il problema e la risposta non è univoca. In scuole e paesi diversi le risposte sono differenti e cambiano a seconda di bisogni degli studenti, dei background dei docenti e delle visioni del rapporto tra scienza e società.
Tra le iniziative più aggiornate in ambito formativo di respiro internazionale c'è il progetto Esconet e, più focalizzato sulla realtà americana, un curriculum sperimentale dell'Arkansas State University (Pearce et al, An Interdisciplinary Approach to Science Communication Education, Communicating Science, Routledge, 2010: 235-252)
Questi ultimi due esempi sono focalizzati sugli insegnamenti da fornire agli scienziati che vogliono interagire con i media e costruire relazioni sociali e culturali migliori con diversi attori sociali.
Pur nelle diversità di approcci, tutti sono d'accordo su un concetto: la formazione in comunicazione della scienza si deve basare su un approccio interdisciplinare. Nella visione tradizionale, per nulla tramontata, l'obiettivo della formazione è avere professionisti che predicano ai convertiti, ai fan della scienza, attraverso l'acquisizione di competenze tecniche specifiche.
La società della conoscenza richiede viceversa la nascita di figure intellettuali in grado di abbracciare: le varie dimensioni della scienza; le relazioni nuove tra scienza e società; l'evoluzione dell'ecosistema dell'informazione.
Abbiamo bisogno di un comunicatore totale della scienza (denominazione inventata da Pietro Greco).
Le scuole di comunicazione della scienza nel mondo sembra che si stiano attrezzando per fornire il giusto mix di interdisciplinarietà per rispondere a questa esigenza.
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Chi sono i comunicatori della scienza in Danimarca
Uno studio che sta per essere pubblicato su Jcom, la rivista di ricerca in comunicazione della scienza di cui sono direttore, si chiede come i professionisti della comunicazione scientifica in Danimarca percepiscano il proprio ruolo e che immagine abbiano della scienza.
Non ci sono molte analisi di questo tipo. Uno studio del 2003 (Science Communication: A Contemporary Definition, T. W. Burns, D. J. O'Connor, S. M. Stocklmayer, Public Understanding of Science, Vol. 12, 2, pp. 183-202) li aveva definiti "guide di montagna". E' una denominazione riduttiva che riflette l'idea secondo cui la comunicazione della scienza fatta dai professionisti ha l'unica funzione di portare il pubblico a essere dalla parte della scienza. Attraverso il rude modello deficitario, o mediante una procedura più soft, mascherata da dialogo.
Secondo i risultati dell'indagine danese, i comunicatori della scienza non si percepiscono come le guide di un pubblico alla ricerca di una maggiore comprensione della conoscenza scientifica. Non sorprende, ma è importante che ci siano dei dati per confermarlo.
I comunicatori della scienza credono di giocare un ruolo più interessante, che ha a che fare con l'inclusione delle scienze in un più ampio contesto democratico e sociale. Credono di contribuire a fornire una pecezione più accurata delle dinamiche tra scienza, tecnologia e società.
Non ci sono molte analisi di questo tipo. Uno studio del 2003 (Science Communication: A Contemporary Definition, T. W. Burns, D. J. O'Connor, S. M. Stocklmayer, Public Understanding of Science, Vol. 12, 2, pp. 183-202) li aveva definiti "guide di montagna". E' una denominazione riduttiva che riflette l'idea secondo cui la comunicazione della scienza fatta dai professionisti ha l'unica funzione di portare il pubblico a essere dalla parte della scienza. Attraverso il rude modello deficitario, o mediante una procedura più soft, mascherata da dialogo.
Secondo i risultati dell'indagine danese, i comunicatori della scienza non si percepiscono come le guide di un pubblico alla ricerca di una maggiore comprensione della conoscenza scientifica. Non sorprende, ma è importante che ci siano dei dati per confermarlo.
I comunicatori della scienza credono di giocare un ruolo più interessante, che ha a che fare con l'inclusione delle scienze in un più ampio contesto democratico e sociale. Credono di contribuire a fornire una pecezione più accurata delle dinamiche tra scienza, tecnologia e società.
martedì 1 giugno 2010
National Science Foundation: niente soldi per la scienza che non fa outreach
Una news di Nature di qualche giorno fa, si interroga sull'insistenza della National Science Foundation (NSF) americana nel voler finanziare solo progetti che dimostrano di avere impatti sociali più ampi.
L'articolo sottolinea che ancora oggi non è chiaro come si facciano a misurarli. Una commissione sta pensando a elaborare delle linee guida, ma prima del 2011 non si avranno i risultati. Intanto c'è qualche esperienza positiva, ma di solito gli scienziati sono infastiditi frustrati dai loro tentativi di comunicazione che non vanno a buon fine. La NSF non demorde però e considera imprescindibile per elargire i finanziamenti un riscontro sull'utilità sociale ed economica della ricerca.
La news di Nature dipinge un quadro della situazione americana in cui gli studi di comunicazione della scienza e i science studies non sembrano essere presi granché in considerazione. Molte volte si fa riferimento all'Inghilterra e agli Stati Uniti per far vedere che la comunità degli scienziati ha compreso in questi paesi, meglio che da altre parti, il fatto che comunicare con il pubblico è una necessità ineludibile. L'articolo riporta dubbi e insofferenze che a dire il vero non mostrano questa consapevolezza.
La NSF incarna i cambiamenti della politica della ricerca e dei rapporti tra scienza e società ben descritti dal modo 2 della produzione della conoscenza scientifica.
La scienza contemporanea per essere robusta socialmente deve dimostrare di essere utile e di assumersi le responsabilità di quello che fa. Ha bisogno di comunicazione. L'alternativa è che decisioni rilevanti sul suo sviluppo siano sempre di più prese da altri.
La comunicazione non può però essere un provvedimentouna tantum, né ci si possono aspettare effetti taumaturgici dai programmi di diffusione dei risultati della ricerca, nè immaginare che la relazione tra attività di outreach e percezione pubblica sia lineare. Le dichiarazioni degli scienziati intervistati da Nature esprimono ansie e insoddisfazioni tipiche di questo approccio.
Nell'articolo si dice anche che bisognerebbe sostenere le esperienze di uffici di science outreach di cui si sono già dotati alcune università americane. Detto così sembra uno strumento tecnico. Non credo che funzionerà neanche in questo modo. Il punto non è semplicemente dare in mano a dei professionisti della comunicazione il fardello di far capire in modo efficace le implicazioni positive della ricerca. E' una logica da marketing.
La vera difficoltà è culturale. Gli scienziati devono interiorizzare una nuova fase dei rapporti tra scienza e società e dotarsi di nuovi strumenti concettuali per interagire con pubblici diversi. Non è detto che lo possano/debbano fare da soli.
E' forse necessario che nuove figure emergano all'interno dell'università per svolgere un'altra funzione oltre a quelle della formazione e della ricerca: quella della comunicazione pubblica rivolta alla costruzione di reti sociali, quella che Pietro Greco ha definito la terza missione per l'università.
L'articolo sottolinea che ancora oggi non è chiaro come si facciano a misurarli. Una commissione sta pensando a elaborare delle linee guida, ma prima del 2011 non si avranno i risultati. Intanto c'è qualche esperienza positiva, ma di solito gli scienziati sono infastiditi frustrati dai loro tentativi di comunicazione che non vanno a buon fine. La NSF non demorde però e considera imprescindibile per elargire i finanziamenti un riscontro sull'utilità sociale ed economica della ricerca.
La news di Nature dipinge un quadro della situazione americana in cui gli studi di comunicazione della scienza e i science studies non sembrano essere presi granché in considerazione. Molte volte si fa riferimento all'Inghilterra e agli Stati Uniti per far vedere che la comunità degli scienziati ha compreso in questi paesi, meglio che da altre parti, il fatto che comunicare con il pubblico è una necessità ineludibile. L'articolo riporta dubbi e insofferenze che a dire il vero non mostrano questa consapevolezza.
La NSF incarna i cambiamenti della politica della ricerca e dei rapporti tra scienza e società ben descritti dal modo 2 della produzione della conoscenza scientifica.
La scienza contemporanea per essere robusta socialmente deve dimostrare di essere utile e di assumersi le responsabilità di quello che fa. Ha bisogno di comunicazione. L'alternativa è che decisioni rilevanti sul suo sviluppo siano sempre di più prese da altri.
La comunicazione non può però essere un provvedimentouna tantum, né ci si possono aspettare effetti taumaturgici dai programmi di diffusione dei risultati della ricerca, nè immaginare che la relazione tra attività di outreach e percezione pubblica sia lineare. Le dichiarazioni degli scienziati intervistati da Nature esprimono ansie e insoddisfazioni tipiche di questo approccio.
Nell'articolo si dice anche che bisognerebbe sostenere le esperienze di uffici di science outreach di cui si sono già dotati alcune università americane. Detto così sembra uno strumento tecnico. Non credo che funzionerà neanche in questo modo. Il punto non è semplicemente dare in mano a dei professionisti della comunicazione il fardello di far capire in modo efficace le implicazioni positive della ricerca. E' una logica da marketing.
La vera difficoltà è culturale. Gli scienziati devono interiorizzare una nuova fase dei rapporti tra scienza e società e dotarsi di nuovi strumenti concettuali per interagire con pubblici diversi. Non è detto che lo possano/debbano fare da soli.
E' forse necessario che nuove figure emergano all'interno dell'università per svolgere un'altra funzione oltre a quelle della formazione e della ricerca: quella della comunicazione pubblica rivolta alla costruzione di reti sociali, quella che Pietro Greco ha definito la terza missione per l'università.
sabato 22 maggio 2010
La vita artificiale di Venter: strategie di demarcazione in atto
Ha avuto e continua ad avere grande risonanza mediatica l'ultimo annuncio di Craig Venter sulla creazione di un essere vivente sintetico.
Non è la prima volta che Venter fa parlare di sè, né credo sia l'ultima perché il biologo americano incarna una visione della scienza, del futuro e della società del XXI secolo.
Si fa fatica a definire Venter. Lo chiamano scienziato-imprenditore, businessman, star mediatica, capitalista informazionale, tecnologo.
Lui è tutto questo allo stesso tempo e per questo è uno straordinario laboratorio per studiare i rapporti contemporanei fra tecnoscienza e società.
Ne voglio sottolineare due aspetti:
1) la molteplicità dei luoghi in cui la scienza incontra diversi pubblici;
2) cosa fa davvero la comunicazione;
Nella concettualizzazione tradizionale, scienza e pubblico formano due punti fissi ed immutabili disposti su un'immaginaria linea di trasmissione. Attraverso il caso Venter, voglio sostanziare l'affermazione secondo cui scienza e pubblico sono invece legati tra di loro da una rete complessa di interazioni che si svolgono in uno spazio pubblico molteplice.
Voglio anche mostrare che è molto riduttivo concepire il rapporto tra scienza e società secondo lo schema in cui la scienza innova e la società può dire semplicemtne sì o no, può respingere o accettare l'innovazione tecnoscientifica. Bucchi nel suo ultimo libro ha argomentato efficacemente la necessità di superare questo tipo di discorso.
Cosa sta succedendo con l'ultima pubblicazione di Venter sulla vita artificiale? Ci troviamo di fronte a un'invenzione che suscita reazioni. Reagisce la Chiesa, reagisce la politica, reagiscono altri scienziati . I commenti sono diversi: non è vera vita, non è vera scienza, è tecnologia. Oppure: attenti alle conseguenze etiche e sociali che non siamo in grado di prevedere in questo momento.
Apparentemente sembra di essere dentro lo schema pro o contro la vita artificiale prospettata da Venter.
In realtà sta accadendo qualcosa di più sottile. Le istituzioni, la politica, la Chiesa, gli altri scienziati, stanno cercando di "inventare" qualcosa in risposta all'invenzione scientifica proposta da Venter.
Intanto, attraverso le prese di distanza e precisazioni, mediante quindi specifiche scelte comunicative, questi attori demarcano lo specifico territorio di competenza e appartenenza.
Di fronte a una scienza diversa da quella a cui sono abituati, alcuni scienziati dicono: attenti, è tecnologia.
Di fronte a possibili nuovi problemi etici, la Chiesa dice: attenti, non è vita.
Di fronte a problemi di "diritto di cittadinanza" della vita sintetica, la politica dice: attenti, andiamoci piano, con i concetti di cittadinanza, partecipazione e deliberazione che abbiamo a disposizione non sappiamo come trattare questa cosa qui.
Prendono tempo, in attesa di inventare qualcosa che alla fine, in ultima istanza, sarà nuova conoscenza. E' l'idea della co-produzione cara ad autori come Sheila Jasanoff , Helga Novotny e agli studiosi di Science and Technology Studies in generale.
Non sappiamo dove ci porterà questa co-produzione di nuova conoscenza, ma l'aspetto interessante è la cornice d'interpretazione con cui possiamo leggere l'interazione fra scienza e società.
Non ha senso parlare di un sì o no generalizzato della società all'innovazione tecnoscientifica perché il modo in cui la scoperta di Venter viene usata cambia molto da contesto a contesto. In più, le ragioni per cui viene utilizzata non sono finalizzate a dire un sì o un no, ma a definire nuove pratiche, concetti, soluzioni all'interno di spazi sociali strutturati del discorso in cui a loro volta ci sono specifiche e consolidate conoscenze, nonché rivendicazioni di conoscenza.
La domanda forse più interessante da porsi è come mai, per spazi che hanno goduto di periodi di larga autonomia dalla scienza, inizia a diventare interessante o necessario considerare cosa avviene nel mondo della ricerca.
La risposta generale è che c'è stato e c'è un potentissimo meccanismo di ridistribuzione sociale della conoscenza scientifica che genera sempre più luoghi nella società in cui nuova conoscenza continua a essere prodotta.
Ma a cosa è dovuto questo potente meccanismo di ridistribuzione sociale? Secondo Novotny alla crescita generalizzata degli standard educativi e al successo del messaggio culturale e tecnologico della scienza nei confronti della società.
In altre parole accade, per il grande successo della scienza nella storia della civiltà e in modo peculiare soprattutto per l'impatto delle scienze della vita negli ultimi trent'anni, che non è più possibile considerare la scienza un fenomeno generato in contesti separati dal resto della società il cui unico effetto è quello di determinare innovazione appetibile per il mercato secondo un modello lineare.
Le invenzioni tecnoscientifiche entrano nel diritto, nella regolazione, negli affari, nella democrazia, nei media e obbligano a creare invenzioni politiche, sociali, etiche, comunicative.
Questo ingresso genera la nascita di nuovi esperti che si pongono sulla linea di incertezza proposta dall'innovazione. Questi esperti prendono pezzi della scienza e li mettono all'interno dei contesti dei problemi che devono risolvere. Possono essere cittadini, giuristi, pazienti, operatori della salute, della comunicazione i quali sviluppano nuove conoscenze e concetti che prima non esistevano.
La conseguenza più ampia è che l'interazione tra esperti scientifici e altri esperti ha un effetto anche sulla scienza in azione o, come rende meglio l'espressione inglese, in the making .
Nel discorso fatto fino ad ora potevamo avere l'impressione che, per quanto si debba superare la visione dicotomica fra scienza e società, i problemi si pongano comunque quando c'è un'innovazione tecnoscientifica con cui diversi attori e spazi sociali si devono confrontare. Vale anche il viceversa. Il rapporto è ancora più fluido e dinamico.
La storia di Venter ancora una volta è un paradigma. E' nato scienziato-accademico; sotto gli incentivi del governo americano finalizzate a commercializzare le scoperte in biotecnologia si è reinventato imprenditore, ha condotto la sua scienza anche nelle logiche del mercato. Nella consapevolezza di far parte di una società mediatizzata ha realizzato imprese scientifiche fortemente integrate col sistema della comunicazione di massa.
Si è inventato un nuovo modo di fare la scienza integrando conoscenza, input, spinte provenienti dal mercato, dalla politica, dal sistema dei media. Non è un caso che non piaccia perché come tutti i creativi ha un modo unico di appropriarsi e modificare la conoscenza distribuita socialmente che caratterizza una determinata epoca.
Spero che l'accostamento non risulti scandaloso, ma lo stesso Galileo ha rivoluzionato il modo di conoscere integrando la conoscenza tecnologica della tradizione artigiana della sua epoca con la conoscenza filosofica e scientifica della tradizione intellettuale.
La natura di ciò che costituisce la conoscenza scientifica e tecnologica, di ciò che definiamo expertise e lo status sociale che ne deriva è oggi soggetta a profonde trasformazioni. Come ha scritto Nowotny, è il prezzo da pagare per la distribuzione della conoscenza esperta scientifica in sempre più ampi settori della società.
Dal punto di vista della comunicazione, non possono che risultare asfittici sia i modelli di deficit che quello del dialogo. Non riescono a contenere la ricchezza e la complessità dei processi reali in gioco. Più che chiedersi cosa deve fare la comunicazione della scienza è di gran lunga più interessante capire cosa realmente fa e a quali processi più ampi partecipa nella definizione del futuro socio-tecnico.
Emergono nuove possibilità per forme di comunicazione che non si traducano in un linguaggio privo di riflessività, sia esso quello del trasferimento lineare di contenuti, che quello partecipativo del coinvolgimento.
Abbiamo bisogno di comunicazione che apra a "nuove interconnessioni tra visioni etiche, politiche, istituzionali, scientifiche e pubbliche in tutta la loro eterogeneità" (Da Alan Irwin, Bucchi e Trench (a cura di), Handbook of Public Communication of Science and Technology, p. 210).
Abbiamo bisogno di una comunicazione coraggiosa, innovativa che contribuisca a "inventare" il nostro futuro sociale, politico, democratico, etico, tecnologico.
Non è la prima volta che Venter fa parlare di sè, né credo sia l'ultima perché il biologo americano incarna una visione della scienza, del futuro e della società del XXI secolo.
Si fa fatica a definire Venter. Lo chiamano scienziato-imprenditore, businessman, star mediatica, capitalista informazionale, tecnologo.
Lui è tutto questo allo stesso tempo e per questo è uno straordinario laboratorio per studiare i rapporti contemporanei fra tecnoscienza e società.
Ne voglio sottolineare due aspetti:
1) la molteplicità dei luoghi in cui la scienza incontra diversi pubblici;
2) cosa fa davvero la comunicazione;
Nella concettualizzazione tradizionale, scienza e pubblico formano due punti fissi ed immutabili disposti su un'immaginaria linea di trasmissione. Attraverso il caso Venter, voglio sostanziare l'affermazione secondo cui scienza e pubblico sono invece legati tra di loro da una rete complessa di interazioni che si svolgono in uno spazio pubblico molteplice.
Voglio anche mostrare che è molto riduttivo concepire il rapporto tra scienza e società secondo lo schema in cui la scienza innova e la società può dire semplicemtne sì o no, può respingere o accettare l'innovazione tecnoscientifica. Bucchi nel suo ultimo libro ha argomentato efficacemente la necessità di superare questo tipo di discorso.
Cosa sta succedendo con l'ultima pubblicazione di Venter sulla vita artificiale? Ci troviamo di fronte a un'invenzione che suscita reazioni. Reagisce la Chiesa, reagisce la politica, reagiscono altri scienziati . I commenti sono diversi: non è vera vita, non è vera scienza, è tecnologia. Oppure: attenti alle conseguenze etiche e sociali che non siamo in grado di prevedere in questo momento.
Apparentemente sembra di essere dentro lo schema pro o contro la vita artificiale prospettata da Venter.
In realtà sta accadendo qualcosa di più sottile. Le istituzioni, la politica, la Chiesa, gli altri scienziati, stanno cercando di "inventare" qualcosa in risposta all'invenzione scientifica proposta da Venter.
Intanto, attraverso le prese di distanza e precisazioni, mediante quindi specifiche scelte comunicative, questi attori demarcano lo specifico territorio di competenza e appartenenza.
Di fronte a una scienza diversa da quella a cui sono abituati, alcuni scienziati dicono: attenti, è tecnologia.
Di fronte a possibili nuovi problemi etici, la Chiesa dice: attenti, non è vita.
Di fronte a problemi di "diritto di cittadinanza" della vita sintetica, la politica dice: attenti, andiamoci piano, con i concetti di cittadinanza, partecipazione e deliberazione che abbiamo a disposizione non sappiamo come trattare questa cosa qui.
Prendono tempo, in attesa di inventare qualcosa che alla fine, in ultima istanza, sarà nuova conoscenza. E' l'idea della co-produzione cara ad autori come Sheila Jasanoff , Helga Novotny e agli studiosi di Science and Technology Studies in generale.
Non sappiamo dove ci porterà questa co-produzione di nuova conoscenza, ma l'aspetto interessante è la cornice d'interpretazione con cui possiamo leggere l'interazione fra scienza e società.
Non ha senso parlare di un sì o no generalizzato della società all'innovazione tecnoscientifica perché il modo in cui la scoperta di Venter viene usata cambia molto da contesto a contesto. In più, le ragioni per cui viene utilizzata non sono finalizzate a dire un sì o un no, ma a definire nuove pratiche, concetti, soluzioni all'interno di spazi sociali strutturati del discorso in cui a loro volta ci sono specifiche e consolidate conoscenze, nonché rivendicazioni di conoscenza.
La domanda forse più interessante da porsi è come mai, per spazi che hanno goduto di periodi di larga autonomia dalla scienza, inizia a diventare interessante o necessario considerare cosa avviene nel mondo della ricerca.
La risposta generale è che c'è stato e c'è un potentissimo meccanismo di ridistribuzione sociale della conoscenza scientifica che genera sempre più luoghi nella società in cui nuova conoscenza continua a essere prodotta.
Ma a cosa è dovuto questo potente meccanismo di ridistribuzione sociale? Secondo Novotny alla crescita generalizzata degli standard educativi e al successo del messaggio culturale e tecnologico della scienza nei confronti della società.
In altre parole accade, per il grande successo della scienza nella storia della civiltà e in modo peculiare soprattutto per l'impatto delle scienze della vita negli ultimi trent'anni, che non è più possibile considerare la scienza un fenomeno generato in contesti separati dal resto della società il cui unico effetto è quello di determinare innovazione appetibile per il mercato secondo un modello lineare.
Le invenzioni tecnoscientifiche entrano nel diritto, nella regolazione, negli affari, nella democrazia, nei media e obbligano a creare invenzioni politiche, sociali, etiche, comunicative.
Questo ingresso genera la nascita di nuovi esperti che si pongono sulla linea di incertezza proposta dall'innovazione. Questi esperti prendono pezzi della scienza e li mettono all'interno dei contesti dei problemi che devono risolvere. Possono essere cittadini, giuristi, pazienti, operatori della salute, della comunicazione i quali sviluppano nuove conoscenze e concetti che prima non esistevano.
La conseguenza più ampia è che l'interazione tra esperti scientifici e altri esperti ha un effetto anche sulla scienza in azione o, come rende meglio l'espressione inglese, in the making .
Nel discorso fatto fino ad ora potevamo avere l'impressione che, per quanto si debba superare la visione dicotomica fra scienza e società, i problemi si pongano comunque quando c'è un'innovazione tecnoscientifica con cui diversi attori e spazi sociali si devono confrontare. Vale anche il viceversa. Il rapporto è ancora più fluido e dinamico.
La storia di Venter ancora una volta è un paradigma. E' nato scienziato-accademico; sotto gli incentivi del governo americano finalizzate a commercializzare le scoperte in biotecnologia si è reinventato imprenditore, ha condotto la sua scienza anche nelle logiche del mercato. Nella consapevolezza di far parte di una società mediatizzata ha realizzato imprese scientifiche fortemente integrate col sistema della comunicazione di massa.
Si è inventato un nuovo modo di fare la scienza integrando conoscenza, input, spinte provenienti dal mercato, dalla politica, dal sistema dei media. Non è un caso che non piaccia perché come tutti i creativi ha un modo unico di appropriarsi e modificare la conoscenza distribuita socialmente che caratterizza una determinata epoca.
Spero che l'accostamento non risulti scandaloso, ma lo stesso Galileo ha rivoluzionato il modo di conoscere integrando la conoscenza tecnologica della tradizione artigiana della sua epoca con la conoscenza filosofica e scientifica della tradizione intellettuale.
La natura di ciò che costituisce la conoscenza scientifica e tecnologica, di ciò che definiamo expertise e lo status sociale che ne deriva è oggi soggetta a profonde trasformazioni. Come ha scritto Nowotny, è il prezzo da pagare per la distribuzione della conoscenza esperta scientifica in sempre più ampi settori della società.
Dal punto di vista della comunicazione, non possono che risultare asfittici sia i modelli di deficit che quello del dialogo. Non riescono a contenere la ricchezza e la complessità dei processi reali in gioco. Più che chiedersi cosa deve fare la comunicazione della scienza è di gran lunga più interessante capire cosa realmente fa e a quali processi più ampi partecipa nella definizione del futuro socio-tecnico.
Emergono nuove possibilità per forme di comunicazione che non si traducano in un linguaggio privo di riflessività, sia esso quello del trasferimento lineare di contenuti, che quello partecipativo del coinvolgimento.
Abbiamo bisogno di comunicazione che apra a "nuove interconnessioni tra visioni etiche, politiche, istituzionali, scientifiche e pubbliche in tutta la loro eterogeneità" (Da Alan Irwin, Bucchi e Trench (a cura di), Handbook of Public Communication of Science and Technology, p. 210).
Abbiamo bisogno di una comunicazione coraggiosa, innovativa che contribuisca a "inventare" il nostro futuro sociale, politico, democratico, etico, tecnologico.
sabato 8 maggio 2010
Sheila Jasanoff sulla scienza del clima: più comunicazione per riacquistare credibilità
Sheila Jasanoff scrive su Science a proposito dello scandalo legato allo svelamento di alcune email private degli scienziati della Climate Research Unit (CRU) dell'Università della West Anglia da parte di alcuni hacker. Ne avevo già parlato in un altro post.
Alcune mail private hanno svelato che gli scienziati della CRU in qualche modo distorcevano i dati per esagerare gli effetti del riscaldamento globale. Il direttore della CRU, Philip Jones, si è dimesso lo scorso il 31 Marzo 2010. Gran parte degli scienziati del clima sono al centro di polemiche violente, compreso l'Intergovernamental Panel on Climate Change (IPCC).
Jasanoff è uno dei nomi più importanti al mondo nel campo dei Science and Technology Studies. Ha fondato il primo dipartimento negli Stati Uniti in questo settore.
Le vicende sul riscaldamento globale sono un'occasione propizia per la studiosa americana per descrivere come si è modificato l'intreccio fra scienza e società e come i climatologi possono limitare i danni.
Alla ricerca contemporanea non basta più l'integrità riconosciuta dagli altri colleghi per essere credibile, deve essere responsabile di ciò che fa nei confronti dei pubblici di non-esperti. Come si fa a raggiungere quest'obiettivo?
La responsabilità, per la scienza attuale, può essere schematizzata come un problema dei tre corpi.
Il sistema è formato da: lo scienziato o l'esperto; la conoscenza scientifica; commissioni di consulenti in grado di tradurre le scoperte scientifiche in forme di policy rilevanti, in altre prole persone capaci di spiegare le loro valutazioni sia all'interno delle comunità scientifiche che nei confronti di diversi attori sociali all'esterno di esse.
Per i climatologi al centro delle polemiche questo significa non solo essere più scrupolosi e trasparenti nei confronti dei loro pari, ma anche attivi nel costruire una relazione di fiducia e rispetto nei confronti dei cittadini globali.
Il ragionamento di Jasanoff è in linea con i discorsi sul modo 2 sui rapporti tra scienza e società di Gibbons e colleghi. Intreccia comunicazione, democrazia, cittadinanza scientifica, regolazione della scienza, co-produzione. Si tratta di concetti, soprattutto l'ultimo, molto cari alla studiosa americane e costanti nella sua linea di ricerca.
Tutto molto condivisibile, ma cosa fare in concreto? Anche jasanoff alla fine del suo saggio dice che si tratta di un compito difficile.
Come dare forma comunicativa a questi inviti in diversi contesti nazionali, politici e culturali?
L'impressione è che ci sia bisogno di riforme impegnative sul piano della politica della ricerca in grado di agire nelle pratiche e nella cultura degli scienziati dei prossimi decenni. Tempi lunghi insomma su problemi che hanno bisogno di risposte immediate.
Alcune mail private hanno svelato che gli scienziati della CRU in qualche modo distorcevano i dati per esagerare gli effetti del riscaldamento globale. Il direttore della CRU, Philip Jones, si è dimesso lo scorso il 31 Marzo 2010. Gran parte degli scienziati del clima sono al centro di polemiche violente, compreso l'Intergovernamental Panel on Climate Change (IPCC).
Jasanoff è uno dei nomi più importanti al mondo nel campo dei Science and Technology Studies. Ha fondato il primo dipartimento negli Stati Uniti in questo settore.
Le vicende sul riscaldamento globale sono un'occasione propizia per la studiosa americana per descrivere come si è modificato l'intreccio fra scienza e società e come i climatologi possono limitare i danni.
Alla ricerca contemporanea non basta più l'integrità riconosciuta dagli altri colleghi per essere credibile, deve essere responsabile di ciò che fa nei confronti dei pubblici di non-esperti. Come si fa a raggiungere quest'obiettivo?
La responsabilità, per la scienza attuale, può essere schematizzata come un problema dei tre corpi.
Il sistema è formato da: lo scienziato o l'esperto; la conoscenza scientifica; commissioni di consulenti in grado di tradurre le scoperte scientifiche in forme di policy rilevanti, in altre prole persone capaci di spiegare le loro valutazioni sia all'interno delle comunità scientifiche che nei confronti di diversi attori sociali all'esterno di esse.
Per i climatologi al centro delle polemiche questo significa non solo essere più scrupolosi e trasparenti nei confronti dei loro pari, ma anche attivi nel costruire una relazione di fiducia e rispetto nei confronti dei cittadini globali.
Il ragionamento di Jasanoff è in linea con i discorsi sul modo 2 sui rapporti tra scienza e società di Gibbons e colleghi. Intreccia comunicazione, democrazia, cittadinanza scientifica, regolazione della scienza, co-produzione. Si tratta di concetti, soprattutto l'ultimo, molto cari alla studiosa americane e costanti nella sua linea di ricerca.
Tutto molto condivisibile, ma cosa fare in concreto? Anche jasanoff alla fine del suo saggio dice che si tratta di un compito difficile.
Come dare forma comunicativa a questi inviti in diversi contesti nazionali, politici e culturali?
L'impressione è che ci sia bisogno di riforme impegnative sul piano della politica della ricerca in grado di agire nelle pratiche e nella cultura degli scienziati dei prossimi decenni. Tempi lunghi insomma su problemi che hanno bisogno di risposte immediate.
venerdì 7 maggio 2010
Da leggere sul futuro del giornalismo scientifico: report dal Science Media Forum
In occasione del Science and Media Forum che si terrà nei prossimi giorni a Madrid un report scritto da Valdimir De Semir.
Temi affrontati: la crisi dei media, la ridefinizione del ruolo del giornalista scientifico, il declino delle sezioni dedicate alla scienza sui giornali, il ruolo di Internet. Da leggere e commentare.
Temi affrontati: la crisi dei media, la ridefinizione del ruolo del giornalista scientifico, il declino delle sezioni dedicate alla scienza sui giornali, il ruolo di Internet. Da leggere e commentare.
martedì 27 aprile 2010
Effetto CSI?
Via Mind Hacks, una questione su cui ci si interroga spesso: gli effetti sul pubblico di fiction famose come ER, Doctor House, ecc. Questa volta tocca a CSI.
Un articolo dell'Economist riporta degli studi secondo cui l'esposizione a CSI determina un'eccessiva fiducia nei metodi della scienza forense, la scienza applicata all'amministrazione della giustizia. Il sequenziamento del DNA è uno degli esempi più famosi.
I giurati che guardano CSI sono in grado di capire cos'è un test del DNA ma non sono in grado di capire quando è opportuno usarlo. La visione della fiction aumenta insomma le aspettative della rilevanza e del potere dell'evidenza scientifica e di conseguenza influenza i giudizi della corte.
la critica è che gli studi riportati dall'Economist si basano su aneddoti e che le prove di una relazione causa/effetto tra esposizione mediatica e comportamenti sia tutt'altro che chiara.
E' una questione un po' vecchia, ma si ripresenta costantmente: l'idea che, nel bene o nel male, soprattutto quando si parla di scienza ci sia una relazione lineare tra ciò che le persone vedono in tv, leggono sui giornali o ascolatano alla radio e le scelte, gli atteggiamenti, le opinioni in materia di scienza e tecnologia.
Non è così. Le cose sono molto più complicate.
Un articolo dell'Economist riporta degli studi secondo cui l'esposizione a CSI determina un'eccessiva fiducia nei metodi della scienza forense, la scienza applicata all'amministrazione della giustizia. Il sequenziamento del DNA è uno degli esempi più famosi.
I giurati che guardano CSI sono in grado di capire cos'è un test del DNA ma non sono in grado di capire quando è opportuno usarlo. La visione della fiction aumenta insomma le aspettative della rilevanza e del potere dell'evidenza scientifica e di conseguenza influenza i giudizi della corte.
la critica è che gli studi riportati dall'Economist si basano su aneddoti e che le prove di una relazione causa/effetto tra esposizione mediatica e comportamenti sia tutt'altro che chiara.
E' una questione un po' vecchia, ma si ripresenta costantmente: l'idea che, nel bene o nel male, soprattutto quando si parla di scienza ci sia una relazione lineare tra ciò che le persone vedono in tv, leggono sui giornali o ascolatano alla radio e le scelte, gli atteggiamenti, le opinioni in materia di scienza e tecnologia.
Non è così. Le cose sono molto più complicate.
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sabato 24 aprile 2010
La fiction per comunicare la scienza
Cosa ci può dire la fiction di interessante sulla scienza? E' la domanda a cui cerca di rispondere Jon Turney in un articolo sul sito di Lablit.
Inanzittutto le cose più importanti secondo Turney si imparano dai romanzi, molto meno dai film, che più facilmente riproducono stereotipi. E cosa ci dicono i buoni romanzi di science fiction? Non i fatti reali e le scoperte della ricerca, ma la scienza come attività e gli scienziati come persone.
Turney fornisce una serie di esempi dagli inizi degli anni '80 fino ad oggi per farci capire cosa intende.
Lo scrittore inglese considera tutti questi lavori come science fiction. Non è dello stesso parere il team di Lablit, guidato dalla biologa Jennifer Rohn. L'idea che regge l'iniziativa è quella di presentare, discutere e promuovere lavori di fiction (non solo letteraria, ma anche nei media e più in generale nella cultura popolare) in cui la scienza e gli scienziati sono rappresentati in modo realistico. Deve essere una fiction basata sul laboratorio o sulla cultura del laboratorio. L'obiettivo: andare oltre gli stereotipi.
Secondo Turney si tratta di una forzatura: è meglio continuare a parlare di science fiction, che non vuol dire solo fantascienza.
Inanzittutto le cose più importanti secondo Turney si imparano dai romanzi, molto meno dai film, che più facilmente riproducono stereotipi. E cosa ci dicono i buoni romanzi di science fiction? Non i fatti reali e le scoperte della ricerca, ma la scienza come attività e gli scienziati come persone.
Turney fornisce una serie di esempi dagli inizi degli anni '80 fino ad oggi per farci capire cosa intende.
Lo scrittore inglese considera tutti questi lavori come science fiction. Non è dello stesso parere il team di Lablit, guidato dalla biologa Jennifer Rohn. L'idea che regge l'iniziativa è quella di presentare, discutere e promuovere lavori di fiction (non solo letteraria, ma anche nei media e più in generale nella cultura popolare) in cui la scienza e gli scienziati sono rappresentati in modo realistico. Deve essere una fiction basata sul laboratorio o sulla cultura del laboratorio. L'obiettivo: andare oltre gli stereotipi.
Secondo Turney si tratta di una forzatura: è meglio continuare a parlare di science fiction, che non vuol dire solo fantascienza.
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giovedì 8 aprile 2010
Spiegare la ricerca: un manuale per scienziati ma non solo

Dal sito di Scientific American, un podcast del comunicatore scientifico Dannis Meredith spiega perché è importante per i ricercatori saper comunicare con pubblici diversi. L'intervento è legato al libro Explaining Research scritto da Meredith e pubblicato a gennaio da Oxford University Press.
Parti interessanti rispetto ad altri manuali in circolazione, almeno secondo quanto recita la quarta:
-l'attenzione agli strumenti del web;
-le interviste a 45 esperti di comunicazione della scienza.
Può essere interessante per tutti coloro interessati a far circolare la conoscenza in modo efficace in epoca contemporanea.
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venerdì 26 marzo 2010
Sono un ricercatore: che ci guadagno a dialogare col pubblico?
Un recente report dei Research Council britannici fornisce alcuni esempi di possibili benefici per ricercatori che partecipano ad iniziative di comunicazione finalizzate al coinvolgimento pubblico (public engagement):
Eccoli:
-Skills development
-Career enhancement
-Enhancing your research quality and its impact
-New research perspectives
-Higher personal and institutional profile
-Influence and networking opportunities
-Forming new collaborations and partnerships
-Enjoyment and personal reward
-Additional funding
-Increasing awareness of the value of research
to UK society
-Increasing student recruitment
-Inspiring the next generation of researchers
Simmetricamente bisognerebbe chiedersi l'interesse e i benefici del pubblico nel dialogare con gli scienziati...
Eccoli:
-Skills development
-Career enhancement
-Enhancing your research quality and its impact
-New research perspectives
-Higher personal and institutional profile
-Influence and networking opportunities
-Forming new collaborations and partnerships
-Enjoyment and personal reward
-Additional funding
-Increasing awareness of the value of research
to UK society
-Increasing student recruitment
-Inspiring the next generation of researchers
Simmetricamente bisognerebbe chiedersi l'interesse e i benefici del pubblico nel dialogare con gli scienziati...
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