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mercoledì 14 luglio 2010

E' il momento migliore per essere giornalisti



Il nuovo libro di Sergio Maistrello è un modo accessibile e documentato per capire cosa sta succedendo al giornalismo sotto la spinta dei social network e della cultura digitale.

Maistrello ha fatto uno sforzo pedagogico ben riuscito. Anche un lettore che non vive necessariamente a suo agio nella rete e che magari è un po' scettico sulle nuove forme di giornalismo nel mondo di Internet, sarà costretto ad ammettere che sta succedendo qualcosa di importante.

Il giornalista pordenonese fa rivivere i momenti più salienti del rapporto fra informazione Internet: una storia già ricca di grandi aspettative e successi, così come di fallimenti.

Alla fine Maistrello ci convince che in realtà è un momento entusiasmante per il giornalismo. A patto che si abbia il coraggio di sperimentare. A patto che si abbia l'umiltà di percepirsi e agire come nuovi artigiani dell'informazione.

In questa epoca, chi vuole fare informazione è simile a un esploratore di nuovi mondi: deve avere determinazione, curiosità e un po' di arroganza nel ritenere che ci si può addentrare in una foresta e uscirne con una mappa chiara, ma allo stesso deve avere l'umiltà di ammettere che la mappa non è il territorio, che a ogni sguardo corrisponde una mappa differente e che la mappa è frutto di conflitti, forze e poteri.

Il libro di Sergio Maistrello ci dice molto bene a che punto siamo dell'esplorazione.

sabato 26 giugno 2010

La notte è un teatro ampio



C'è una promessa nel libro di Barbara Grubissa fatta all'indomani del suicido di sua madre, circa tre anni fa: non abbandonare mai la poesia.
Nel racconto in versi dispiegato in vari episodi della vita dell'autrice, vive l'esigenza di comunicare il rapporto con la malattia mentale attraverso il "linguaggio primordiale, univoco, completamente razionale" della poesia.
Il risultato, un libro di circa sessanta pagine scritte in triestino con traduzione in italiano, si rivolge in modo esplicito agli psichiatri, perché capiscano in profondità che la vita di una persona non si racchiude in una diagnosi. Perché ascoltino il racconto di una figlia per la quale l'adolescenza coincide con la "scoperta" della malattia mentale in casa propria.
Il trattamento sanitario obbligatorio (Tso), subito dalla madre di Barbara per diversi anni, è il nucleo attorno al quale ruota la costruzione dell'impegno poetico. "Atto di barbarie" ma anche rimedio "salvifico" nell'esperienza dell'autrice, il Tso è l'espediente attraverso cui mostrare il vero, lo sporco, le notti insonni eppure l'amore, la responsabilità, il rispetto dei diritti a cui ci richiama l'incerta ricerca della salute mentale.
Come controcanto ai discorsi sui dispositivi giuridici e alle dispute scientifiche, Barbara con i suoi versi ci apre alle ampiezze della notte, ai suoi fantasmi, ai dettagli del territorio, ai movimenti lenti e sofferti, alla fatica di compiere anche pochi chilometri, da Trieste a Monfalcone, se quei chilometri significano infine fare i conti col mistero della propria esistenza.
La salute mentale si può ricomporre o frantumare per episodi apparentemente minimi, all'interno di logiche temporali non-lineari. La poesia di Barbara Grubissa svela l'inganno delle facili comunicazioni, dei veloci spostamenti, della pericolosa banalità di definizioni universalistiche. Son Stufadiza (edizioni KappaVu, Aprile 2010) è il suo primo libro di poesia. Speriamo che l'autrice mantenga la promessa di non smettere.

giovedì 8 aprile 2010

La fine dello scientismo



Nel suo nuovo libro Bucchi si pone il problema di come uscire dall'impasse delle attuali sfide tecnoscientifiche. La discussione pubblica su ogm, nucleare, nanotecnologie, neuroscienze, ecc., è ingabbiata in uno schema che egli complessivamente definisce scientismo.
Con questo termine Bucchi intende un "discorso sui rapporti tra scienza e società" che poco ha che fare con le pratiche e i processi reali della scienza e che accomuna scientisti e antiscientisti intesi nella loro accezione tradizionale. Lo scientismo così definito è una forma di universalismo anacronistico che non ha il vero obiettivo di "risolvere" i conflitti, ma quello di essere funzionale alla sopravvivenza delle parti antagoniste.
Bucchi descrive, con una serie di esempi raccolti soprattutto dalle scienze della vita, le ragioni per le quali lo scientismo è diventato ormai impraticabile. L'idea generale sottesa alle sue argomentazioni è la messa in discussione della visione secondo cui Scienza e Società sono due entità monolitiche in perenne e necessario conflitto. Questa impostazione alimenta l'illusione che i dilemmi attuali sull'impatto sociale dell'innovazione tecnoscientifica si possano tradurre nella "tradizionali categorie del dibattito pubblico e della decisione politica" (sì/no, giusto/sbagliato).
Nella prospettiva scientista non c'è nessun conflitto vero.
Conclude Bucchi: "Credendo (o fingendo) di scontrarsi, scienza e società in realtà assecondano le rispettive inclinazioni, si usano reciprocamente come scudo (e come scusa) nel gioco scientista delle parti, scambiandosi continuamente i ruoli fino a sfumare, in certi casi, una nell'altra".
Il libro di Bucchi è ricco di spunti interessanti. Una piccolo dato sperimentale a supporto delle sue argomentazioni è la reazione di Odifreddi in una recensione sulla Repubblica. Il matematico-divulgatore si è affrettato a scrivere che non si può cancellare la differenza tra scientisti e antiscientisti. Nella chiave di lettura offerta dal sociologo vicentino, è una rispota che può essere inquadrata proprio nello schema secondo cui lo scientismo ha bisogno di un nemico per giustificare la sua esistenza.
Bucchi dà inoltre un ruolo centrale alla comunicazione pubblica, scarsamente problematizzato nel contesto delle relazioni tra ricerca scientifica e diversi attori sociali. Essa rappresenta un chiaro esempio del perché lo scientismo deve essere archiviato. Il superamento della prospettiva tradizionale, divulgativa, legata alla coincidenza della comunicazione della scienza con il trasferimento della conoscenza senza alterazioni, permetterebbe di palesare gli attuali luoghi di incontro e di intersezione tra scienza e società, sempre più numerosi e sempre meno riconducibili allo schema scientista.
Quest'ultimo lavoro di Bucchi è in linea di continuità con un programma di ricerca e di pubblicazioni condotto da diversi anni dal sociologo dell'Università di Trento che lo hanno fatto diventare uno dei maggiori punti di riferimento a livello internazionale soprattutto nell'ambito degli studi sulla comunicazione pubblica della scienza e della tecnologia.
Il libro "Scientisti e antiscientisti", rispetto ad altri suoi lavori, ha secondo me più il sapore di un pamphlet finalizzato a suscitare una discussione, a smuovere le acqua, più che di uno studio sistematico del tema preso in esame.
Bucchi fa una scelta di campo e una proposta-manifesto a cui, auspicabilmente, far seguire un programma di ricerca adeguato nel tentativo di modificare le coordinate delle discussioni e le attuali cornici d'interpretazione dei rapporti tra scienza e società.