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lunedì 6 settembre 2010

Problemi di comunicazione sui terremoti in Italia

Secondo quanto riportato sui quotidiani italiani (qui e qui ad esempio) L'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv) sta valutando l'opportunità di oscurare il sito dell'istituto e tutti i dati relativi ai sismi in Italia.

La ragione è evitare che essi vengano travisati, strumentalizzati e usati per creare paure ingiustificate. Tra i principali responsabili di allarmismi senza ragione ci sono i giornalisti alla ricerca di scoop. Molti i commenti in rete (si possono guardare i siti dei maggiori quotidiani italiani per averne un'idea) a quella che sembra una provocazione dei geologi italiani per bocca presidente dell'Ingv, Enzo Boschi.

L'affermazione di Boschi può essere compresa come una reazione a una situazione esasperata, dopo l'Aquila, soprattutto dal fatto che alcuni continuano a insistere che i terremoti possano essere previsti quando l'intera comunità scientifica internazionale afferma che attualmente non è così.

Ridurre la trasparenza e l'accesso ai dati non è certo la soluzione. Quello che sta accadendo sulla comunicazione in merito di terremoti in Italia è un esempio decisivo delle funzioni che può e deve assolvere un giornalismo scientifico qualificato e indipendente.

Il giornalismo scientifico è ancora troppo pensato come mera divulgazione e pochissimo come punto di snodo di conflitti e di rapporti di potere nella società della conoscenza. Bisogna pensare a nuove narrazioni del giornalismo scientifico per impedire che il bisogno informativo sul contesto di produzione della ricerca e sulle implicazioni etiche e sociali della scienza venga occupato da chi non è competente o ha degli interessi diversi dall'informazione.

venerdì 4 giugno 2010

All'Aquila c'è stato un problema di comunicazione

La procura dell'Aquila ha emesso sette avvisi di garanzia nei confronti della Commissione nazionale per la previsione e la prevenzione dei grandi rischi. L'ipotesi di reato è di omicidio colposo per "mancato allarme".
Ovviamente riscoppia la polemica sulla possibilità di prevedere i terremoti. E' una polemica sterile. Non è questo il punto.

La questione è chiedersi cosa dire, come dirlo, a chi dirlo nella situazione di rischio in cui si sono trovati i tecnici della protezione civile.
Giustino Parisse, secondo quanto riportato da il Centro, sostiene che il problema "non è se il terremoto si può o meno prevedere. La questione è che il messaggio uscito da quella "famosa" e vorrei aggiungere (col senno del poi) tragicomica riunione era: aquilani state tranquilli prima o poi le scosse finiranno."

I cittadini duramente provati dal terremoto si lamentano della mancanza di informazione e comunicazione trasparente. Si lamentano del fatto che non sono stati considerati punti di vista diversi da quelli tecnico-scientifici.

Senza entrare nel merito delle responsabilità che verranno accertate dalla magistratura non si può dire che mettere sotto il tappeto le voci discordanti abbia sortito gli effetti sperati di rassicurazione.

La Protezione civile ha fatto affidamento a una nozione di fiducia molto fragile in una società aperta e mediatizzata. Hanno pensato che rassicurare la popolazione facendo appello a un'expertise scientifica considerata indiscutibile fosse sufficiente ad avere il sostegno pubblico nei confronti delle scelte molto difficili che hanno dovuto effettuare.

Per avere credibilità l'expertise da sola non è sufficiente. La credibilità si conquista anche con la fiducia, con una combinazione tra expertise e fiducia.

La crisi di credibilità degli scienziati implicati nella vicenda del terremoto ci permette di dare una chiave di lettura dell'intervento della magistratura, difficilmente spiegabile altrimenti all'interno della polemica: è possibile/non è possibile prevedere i terremoti.

La crisi di credibilità sottolinea i diversi aspetti del concetto di epistemologia civica elaborato da Sheila Jasanoff. Un concetto che include la combinazione dei modi in cui la conoscenza è presentata, testata, verificata e utilizzata nell'arena pubblica.

giovedì 29 aprile 2010

La legge di Jenkins applicata al vulcano islandese

Mark Henderson, giornalista del Times, in un post sulla vicenda del vulcano islandese e la percezione del rischio formula la Legge di Jenkins, che recita più o meno così: di fronte a un nuovo rischio alla salute pubblica o alla sicurezza c'è un numero di commentatori pronti a dire che le reazioni delle autorità sono esagerate e basate su paure e panico ingiustificato.

La legge prende il nome da un editorialista del Guardian, Simon Jenkins.

Nel suo post Henderson dimostra che le previsioni della legge si sono verificate anche nel caso dell'esplosione del vulcano islandese, con paragoni con quello che è successo per l'H1N1 e l'influenza aviaria.

La polemica su permettere/non permettere i voli aerei, danni economici, ruolo dei media, prove scientifiche, prevedibilità, modelli, aiuti di stato, ha tenuto banco su altri blog e giornali non solo in Inghilterra.

La discussione vede, come sempre in questi casi, la soluzione tecnocratica (i politici devono fare un passo indietro rispetto ai tecnici) e quella di natura più politica contrapporsi tra di loro. I media si dividono a loro volta nel sostenere l'una o l'altra parte.
Bisogna uscire da questi schemi e inventarsi di volta in volta soluzioni diverse a problemi diversi. Non si può mettere nello stesso calderone influenza h1N1, global warming e vulcani. E' uno schema di rapporto tra scienza e società molto limitato.