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venerdì 7 maggio 2010

L'ippocampo tira tra i neuroscienziati

Neuroskeptic ha fatto un'analisi molto interessante su quali sono le regioni del cervello che hanno attratto l'attenzione maggiore dei neuroscienziati tra il 1985 al 2009. Attraverso uno studio basato sugli articoli pubblicati su PubMed in più di vent'anni risulta che l'ippocampo è al primo posto, con una crescita costante. Anche l'amidgala e la corteccia parietale sono ben piazzate. Si può vedere il grafico per avere il quadro completo dei risultati dell'analisi.



I neuroscienziati che vogliono fare carriera sanno su cosa specializzarsi. Sulle ragioni per le quali alcune zone del cervello vanno più di moda di altre la discussione è aperta. La fMRI sembra giocare un ruolo cruciale.
Interessante il post perché mette in evidenza le mode all'interno delle comunità scientifiche e i fattori, interni ed esterni, che le possono determinare.

martedì 20 aprile 2010

Le neuroscienze per spiegare la crisi del giornalismo, mah...

Via Giuseppe Granieri, segnalo un libro di Jack Fuller sulla crisi dei giornali. In What is Happening to News: The Information Explosion and the Crisis in Journalism, Fuller sostiene che i fatti delle neuroscienze hanno molto a che fare con i fatti che riguardano l'industria dell'informazione. Per argomentare la sua tesi ricorre ad analogie fra il cervello dell'uomo preistorico che viveva nella savana e il consumatore di news dei giorni nostri.
Una recensione sul Columbia Journalism Review critica il libro, che io non ho letto e non sono in grado di giudicare. A istinto, darei ragione a Todd Giltin, l'autore della recensione, quando scrive che oggi le neuroscienze sono un argomento sexy. Una buona strategia, aggiungo io, per vendere qualunque tipo di libro, compreso uno che parla della crisi del giornalismo.

domenica 21 marzo 2010

Disturbi del comportamento=anomalie del cervello, come si fa a essere così sicuri?

C'è un articolo di Gilberto Corbellini sul Domenicale del Sole24Ore di oggi che commenta la pubblicazione, avvenuta il 10 febbraio, di una bozza del DSM-V, la quinta edizione del Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, lo strumento diagnostico per disturbi mentali più usato al mondo. Corbellini si sofferma sull'ateoreticità del DSM e sulla precarietà epistemologica della psichiatria. Per superare questi limiti, conclude lo storico della medicina, ci sarebbe bisogno di "un salutare pluralismo epistemologico, ispirato però da una rigorosa concezione naturalistica della malattia mentale. Gli avanzamenti delle neuroscienze stanno muovendo in questa direzione, consentendo di tornare a sfruttare euristicamente le teorie per ricondurre i disturbi del comportamento a quello che sono. Cioè alterazioni del funzionamento del cervello".
La questione su come le neuroscienze possano essere integrate nel DSM-V era stata, fra gli altri, trattata poco più di due anni fa su Nature Neuroscience da Steven Hyman, il quale concludeva che "è probabilmente prematuro usare la neurobiologia nella classificazione formale che costituirà il nucleo del DSM-V." anche se, continuava Hyman "non è troppo presto per usare la neurobiologia come strumento centrale per ripensare l'approccio attuale ai disturbi mentali".
Mi soffermo ora sull'ultima frase di Corbellini che ribadisce una vecchia equazione della psichiatria naturalistica: le malattie mentali sono disfunzioni del cervello. Il primo a sostenerlo fu Wilhlem Griesinger a metà Ottocento. Come ricorda Eugenio Borgna in Come se finisse il mondo. Il senso dell'esperienza schizofrenica edito da Feltrinelli nel 1995, a pagina 21, lo stesso Griesinger, in una lezione del 1867 "invitava gli studenti a non reprimere 'gli slanci affettivi che ci assalgono quando siamo dinanzi a questo enigma del destino che è la follia': dicendo (anche) che 'i grandi pensieri vengono dal cuore' e che, in psichiatria, intelligenza e tecnica offrono un aiuto migliore quando si abbia 'un caldo sentimento per l'infelicità umana dei pazienti'."
Sono parole importanti, da tenere molto bene a mente proprio perché dette dal padre della psichiatria naturalistica incoraggiata da Corbellini.
Sempre Borgna (pg. 22 del libro citato sopra) ricorda poi le parole di Kurt Schneider il quale nel 1919 affermava che "non c'è un solo processo celebrale a cui sia correlato in un manifestarsi immediato e parallelo un processo psichico". La situazione non è cambiata granché da allora.
Biosgna tenere a mente anche questo non per sminuire i risultati delle neuroscienze o per trionfalizzare la psichiatria sociale, ma per ricordarci che essere psichiatri è una cosa diversa dai modelli teorici e che qualunque modello (biologico, sociologico, psicoterapeutico) fa fatica a contenere la realtà delle persone che con la malattia mentale hanno veramente a che fare. Non bisogna scordarselo.

venerdì 19 marzo 2010

In dubbio la riproducibilità degli studi sull'imaging celebrale

Nature ritorna sulla questione dell'affidabilità delle tecniche di imaging per la risonanza magnetica funzionale (fMRI). Vengono riportati i risultati di uno studio secondo cui le ricerche sulle scansioni celebrali, per le quali esiste un legame tra aspetti della personalità, la memoria, l'emozione e una specifica attività celebrale, non sono così facili da riprodurre. Ne aveva già parlato Neuroskeptic con un post di qualche giorno fa. Lo studio originale si trova qui.

domenica 14 marzo 2010

Cornici di interpretazione per l'fMRI nel neuromarketing

Sto leggendo un articolo di Nature Reviews Neuroscience della scorsa settimana sul neuromarketing, l'uso delle tecniche di visualizzazione dell'attività celebrale nel marketing.
L'articolo appare nella sezione perspectives utile quindi, da una parte, per capire qual è lo stato dell'arte della conoscenza sul tema, dall'altra per delineare quali sono gli scenari futuri più promettenti.
Di neuromarketing in realtà si parla da un po' di tempo. L'aspetto che voglio sottolineare a questo punto della lettura sono le cornici in cui viene inquadrata la questione. Le domande a cui vuole rispondere l'articolo sono:

1. Può il neuromarketing rivelare delle informazioni nascoste che non emergono con altri approcci?
2. Può il neuromarketing fornire un bilancio costi-benefici migliore di altri approcci del marketing?
3. Può il neuromarketing fornire informazioni su di un prodotto prima ancora che venga concretamente realizzato e commercializzato?

Sono domande che non sembrano considerare i limiti dell'fMRI, che viene inserita in una cornice in cui le tecniche attuali di visualizzazione dell'attività celebrale sono pressoché infallibili. Un post di Neuroskeptic, che commenta un paper appena pubblicato dal titolo How reliable are the results from functional magnetic resonance imagine? fa capire che le cose sono molto più complicate.
Nonostante ciò credo che nella comunicazione del neuromarketing la cornice di efficienza ed efficacia dell'fMRI non troveranno per il momento molto contraddittorio.

giovedì 25 febbraio 2010

In Cina non si fidano delle scansioni celebrali

Secondo un articolo apparso il 19 febbraio su Science i neuroscienziati cinesi della Beijing Normal University hanno difficoltà a reclutare bambini da sottoporre alla fMRI per i loro esperimenti.
I ricercatori vorrebbero mettere a confronto i risultati delle scansioni celebrali di bambini "sani" con quelli di bambini con ADHD (disturbo da deficit di attenzione/iperattività). Alcuni genitori non hanno dato il permesso a far esporre i propri figli a intensi campi magnetici.
Le ragioni? Non si fidano dei dottori. In più, c'è sempre una maggiore consapevolezza dei diritti dei pazienti e un crescente dibattito sui media riguardo ai meriti di diversi trattamenti.
E' un caso interessante per comprendere alcuni degli aspetti etici e sociali legati agli sviluppi delle neuroscienze e in particolare all'utilizzo delle tecniche di imaging celebrale.

venerdì 12 febbraio 2010

Psichiatrizzazione delle neuroscienze?

Mercoledì 10 febbraio, nell’ambito del l’incontro internazionale Trieste 2010: Che cos’è salute mentale? si è tenuto un workshop sul rapporto tra psichiatria, salute mentale e le nuove conoscenze provenienti dalla genetica, dalla biologia molecolare e dalle neuroscienze: una sessantina di partecipanti hanno discusso i controversi aspetti scientifici, etici, diagnostici e storici legati agli sviluppi delle ricerche sul genoma umano e sui metodi utilizzati per fornire misure dell’attività celebrali, in particolare la fMRI (functional magnetic resonance imaging).
L’occasione per affrontare il tema è stata una sentenza della corte d’Assise di Trieste, risalente all’ottobre del 2009 che riconosceva uno sconto di pena a un cittadino algerino colpevole di omicidio in quanto portatore di “vulnerabilità genetica”. La vicenda ha avuto una risonanza mediatica nazionale, anche perché in essa si profilavano i possibili rischi di pratiche scientifiche rivolte a individuare anomalie genetiche.
Le tecniche mediante le quali è stata riconosciuta l’attenuante genetica a Abdelmalek Bayout sono le moderne procedure di scansione e imaging del cervello finalizzate a rendere in immagini anatomia e funzionalità celebrale.
Quanto sono affidabili queste tecniche? Qual è la loro validità nell’attribuzione di colpevolezza o di innocenza di una persona che commette un reato? Ha senso esportare i risultati delle ricerche genetiche e delle neuroscienze in diversi ambiti sociali e soprattutto in ambito psichiatrico? Non si ripresenta il rischio, attraverso queste conoscenze, di voler ammantare la psichiatria di una scientificità che non possiede? Non si corre il rischio di allargare le pratiche e le culture della “medicalizzazione” della vita?
Sono le domande che hanno motivato l’organizzazione del workshop. Sono le questioni illustrate da Peppe Dell’Acqua all’inizio dell’incontro e riproposte in diversi momenti della discussione.
Dell’Acqua è preoccupato della formazione dei giovani psichiatri, sempre più armati di conoscenze “oggettive”, ma sempre meno di uno sguardo in grado di tutelare e valorizzare la soggettività delle persone. Dell’Acqua non vuole rifiutare i progressi, in alcuni casi straordinari, che neuroimaging, biologia molecolare e genetica hanno prodotto nel campo della salute e della malattia mentale.
Il punto è, come è noto, di non cedere alle tentazioni e alle semplificazioni riduzionistiche.
Si tratta di mettere in scena un confronto tra conoscenze che poco comunicano tra di loro e di trovare un terreno condiviso e significativo soprattutto per chi affronta il disturbo mentale. Il workshop dello scorso 10 febbraio si voleva muovere in questa direzione.
Gli ospiti dell’incontro, alcuni tra i più importanti studiosi italiani di genetica, biologia e diritto sono stati inviati a Trieste per chiarire ambiti di competenza e possibilità di incontro dei saperi .
Enrico Alleva, biologo, presidente della Società Italiana di Etologia, socio corrispondente dell’Accademia nazionale dei Lincei, ha insistito molto sul concetto di plasticità dei neuroni e del sistema nervoso centrale, ossia la capacità del cervello di adattarsi agli stimoli provenienti dall’ambiente esterno. La scoperta più importante delle neuroscienze a proposito di neuroni e sistema nervoso centrale è che le cose sono molto più complesse e dinamiche di quanto si sospettasse. Se solo ci liberiamo di schemi mentali deterministici nell' interpretazione del suo funzionamento possiamo capire cos' è il cervello dell' uomo, la sua plasticità e la sua irrepetibilità.
Giorgio Bignami, medico e libero docente in farmacologia, ex dirigente di ricerca in psicofarmacologia presso l’Istituto Superiore di Sanità e da poco presidente di Forum Droghe, si è soffermato sugli effetti degli interessi economici delle aziende farmaceutiche. Bignami ha sottolineato il rapporto perverso tra l’esigenza del profitto, il marketing e l’uso inflazionato e improprio di farmaci di efficacia dubbia o nulla, ma anche di prodotti di provata ed elevata efficacia. L’industria farmaceutica finanzia numerosi studi programmati in modo da predeterminare i risultati mediante vari artifizi allo scopo di “dimostrare” una maggiore validità e una minore nocività dei nuovi prodotti rispetto ai vecchi. Analisi più accurate condotte da ricercatori indipendenti hanno evidenziato in tempi più recenti che le differenze di cui si è detto erano in larga parte artefatti dovuti a errori metodologici, non si sa bene.
Francesco Migliorino, professore ordinario di Storia del diritto medievale e moderno all’Università degli Studi di Catania, attraverso ricerche storiche ha offerto una prospettiva originale dell’intreccio tra scienza, psichiatria e diritto. Migliorino ha illustrato il concetto di bonifica umana soffermandosi sulla figura di Filippo Saporito, il più influente alienista italiano, direttore di Aversa, vissuto tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo. Secondo Saporito, manicomi e carceri sono centri di depurazione fisica e morale dove per sempre vanno rinchiuse le “bestie umane”. Il manicomio criminale è un policlinico della delinquenza costruito attraverso una tecnologia di razionalizzazione finalizzata alla bonifica umana.

Infine Edoardo Boncinelli, docente alla Facoltà di Filosofia dell’Università Vita-Salute di Milano ed ex-direttore della Sissa, ha trattato il tema del rapporto tra geni e comportamento.
Fisico di formazione, Boncinelli si è dedicato allo studio della genetica e della biologia molecolare degli animali superiori e dell’uomo dando un contributo fondamentale a queste discipline individuando la famiglia di geni detti omeogeni che controllano il corretto sviluppo del corpo, dalla testa al coccige. Da diversi anni si occupa dello studio del cervello e della corteccia cerebrale. Boncinelli ha discusso dei risultati scientifici più recenti riguardanti il rapporto tra geni e ambiente. I meccanismi che regolano i comportamenti sono influenzati dal profilo genetico degli individui. Ma quanto incidono i geni e quanto incidono il contesto, lo stile di vita, l’educazione, le esperienze personali non è affatto chiaro. Un tempo si tendeva a dare una risposta salomonica a questo interrogativo: 50% geni e 50% ambiente. La ricerca negli ultimi anni ha ulteriormente complicato il quadro. Stando ai risultati più aggiornati un 30% dei nostri comportamenti è da attribuire al nostro corredo genetico, un altro 30% al contesto ambientale mentre il resto è attribuibile a una non meglio precisata casualità.

venerdì 5 febbraio 2010

Come gli Stati Uniti esportano le loro malattie mentali

How the US exports its mental illnesses è il titolo di un articolo scritto da Ethan Watters sul New Scientist della scorsa settimana. La tesi è che gli psichiatri statunitensi, che dominano il dibattito mondiale sulla classificazione e i trattamenti del disturbo mentale, ignorano le specificità locali e culturali. Con l'aiuto delle multinazionali farmaceutiche. E' una discussione importante considerando che è in progettazione il nuovo Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali dell'Associazione psichiatrica americana. Si tratta del DSM V e l'uscita è prevista per il 2012. Dal Sito dell'Associazione degli psiciatri americani si può scaricare l'agenda di ricerca per la realizzazione del volume . Fra qualche giorno modererò una sessione all'incontro "Trieste 2010:Che cos'è salute mentale?". Il titolo del workshop a cui partecipo è Nuove conoscenze o pschiatrizzazione delle neuroscienze?. Per capire di cosa si tratta si può prendere un estratto dell'agenda di ricerca del futuro DSM V. Il libro, tra le altre cose:

Offers a neuroscience research agenda to guide development of a pathophysiologically based classification for DSM-V, which reviews genetic, brain imaging, postmortem, and animal model research and includes strategic insights for a new research agenda

venerdì 29 gennaio 2010

BID: ultimo giorno di workshop

Si chiude fra poche ore il secondo workshop del progetto BID, un'iniziativa finanziata dalla commissione europea per favorire il dialogo su temi socialmente controversi legati allo sviluppo delle neuroscienze. Coordinato dalla Sissa, il secondo workshop dei tre previsti nel progetto BID, si conclude nel pomeriggio con un meeting aperto al pubblico dal titolo Dna e salute. La mia vita e i miei geni. L'impressione dopo aver seguito qualche talk è che gli scienziati fanno poche domande alle associazioni di pazienti, agli esperti di psicologia sociale, etica, diritto ad esempio sulle problematiche legate ai test genetici di malattie neurodegenerative. Il viceversa è meno vero. Gli altri esperti o portatori di interesse sembrano più interessati a capire gli aspetti scientifici delle malattie di Parkinson, Alzheimer, Huntington. La "comprensione dei diversi pubblici della scienza" da parte degli scienziati rimane probabilmente uno dei problemi più cruciali per comprendere a fondo le questioni tra scienza e società

Trieste salute mentale 2010

Fra circa dieci giorni si apre a Trieste, al comprensorio dell'ex-ospedale psichiatrico San Giovanni, l'incontro Trieste 2010: che cos'è salute mentale. Il programma è praticamente ultimato. L'evento, che gli organizzatori chiamano incontro per sottolineare lo spirito di scambio, confronto e dialogo che animerà le cinque giornate triestine, si articola in quattro percorsi tematici: saperi e paradigmi; la pratica critica anti istituzionale; la maggioranza deviante:economia sociale e inclusione; memoria, archivi in mostra e comunicazione.

mercoledì 20 gennaio 2010

Nuovo libro sulla storia delle neuroscienze

A Hole in the Head è un libro sulla storia delle neuroscienze pubblicato un paio di mesi fa da MIT Press scritto dal neuroscienziato Charles Gross.
Si tratta di una raccolta di episodi significativi dello studio del cervello, una storia di successi e di errori ricostruita a partire dalle società paleolitiche fino ai giorni nostri. E' il secondo libro sul tema di Gross. Una parte nuova e interessante è quella sul rapporto tra arte e neuroscienze.