Visualizzazione post con etichetta scienza dal basso. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta scienza dal basso. Mostra tutti i post

lunedì 12 aprile 2010

Climate auditors: la scienza in crisi e nuovo giornalismo scientifico

C'è un post di Judith Curry su Physics Today del febbraio scorso che merita qualche considerazione in più.
Curry parla della controversia legata allo svelamento di alcune email private degli scienziati della Climate Research Unit dell'Universitaà della West Anglia da parte di hacker.
Uno dei punti più interessanti riguarda il ruolo dei cosiddetti climate auditors che, nella definizione della studiosa americana, sono persone alfabetizzate dal punto di vista tecnico, la maggior parte vive al di fuori dell'accademia, molti hanno sviluppato delle expertise scientifiche riguardo ad aspetti particolari della scienza sul clima, non producono conoscenza originale, ma la controllano, agiscono come "cani da guardia". Perché suscitano fiducia? Perché sono indipendenti da influenze esterne e in particolare da quelle delle compagnie petrolifere e perché a loro interessa capire il rischio e l'incertezza associati al cambiamento climatico senza che qualcuno dica loro quale tipo di policy dovrebbero sostenere. Dove discutono, dove si formano questi gruppi? Sulla rete, soprattutto attraverso i blog.

E' una lezione molto interessante per gli scienziati e i giornalisti che continunano a viversi e a rappresentarsi negli schemi classici di rapporto tra scienza e società.

Primo. La scienza ha una crisi di credibilità. Per suscitare credibilità non basta l'expertise, ci vuole anche la fiducia. La fiducia si conquista accettando di comunicare veramente, ascoltando, partecipando. Per il momento gli scienziati ci riescono molto poco. Fanno fatica a trovare dei meccanismi comunicativi che garantiscano loro l'immagine di indipendenza, autonomia da cui scaturisce la fiducia. La peer-review non basta più. Non basta anche perché la rete sta scardinando questi meccanismi. Se i ricecatori più esposti in questo momento alla discussione pubblica, come gli scienziati del clima, non lo capiscono non so se avrà ancora senso parlare a lungo di uno specifico sistema di produzione della conoscenza che porta il nome di scienza.

Secondo. I climate auditors producono informazione che per il pubblico è attendibile. Hanno costruito una narrazione degli eventi basata su fatti a cui il pubblico ha attribuito credibilità. Questo basta per dire che sono un esempio di giornalismo scientifico anche se i giornalisti tradizionali direbbero che non è vero.

martedì 6 aprile 2010

Peer-review collettiva dal basso per recuperare fiducia nella scienza

A partire da un recente post di Framing Science si può recuperare una discussione importante sul movimento "science audit". Si tratta di una rete di cittadini che richiedono un maggior livello di trasparenza nei dati e nella ricerca scientifica, con un'attenzione soprattutto nei confronti del cambiamento climatico. Il movimento combina le competenze professionali dei suoi componenti con le tecnologie on-line. Qualche tempo fa ha scritto un saggio importante sul tema Judith Carry su Physics Today, da cui è partita la discussione sulla blogosfera. Da leggere, su questioni di policy, media e cambiamento climatico, anche un articolo del Der Spiegel, davvero un bell'esempio di giornalismo scientifico ai tempi del web 2.0.
La discussione, nel suo complesso, ruota attorno al processo di peer-review, il quale, da solo, non è più sufficiente a garantire la crescente richiesta di trasparenza pubblica su innovazioni tecno-scientifiche di rilevante impatto sociale.
I cittadini del movimento "science audit" rivendicano di essere inclusi nel processo di revisione della ricerca, a un secondo-livello, dopo quello tecnico, su temi come le nanotecnologie, la ricerca biomedica, la sicurezza dei vaccini. Richiedono, in altre parole, un diritto vero di cittadinanza scientifica che riduca o annulli l' asimmetria informativa .
Due punti importanti e interessanti per chi si occupa di processi della comunicazione della scienza:
1. I movimenti come "science audit" attaccano la peer-review. Non è una cosa da poco. Come ho scritto altre volte in questo blog, il motivo per cui la scienza ha creato un consenso sociale attorno alle sue affermazioni è profondamente legato al meccanismo di peer-review. Una procedura che i ricercatori si sono dati per decidere chi sta dentro e chi sta fuori, chi può legittimamente rivendicare il diritto a essere chiamato scienziato e chi invece fa affermazioni pseudo-scientifiche;
2. Per il momento la rete non è la nuova agorà che soddisfa il bisogno di cittadinanza scientifica non esprimibile sui media tradizionali. Eppure, attraverso la rete, come dimostra il movimento "science audit", quel bisogno si manifesta chiaramente e inesorabilmente. Un'analisi storica appropondita rivelerebbe che non si tratta di una novità dei nostri tempi. Gli attuali rapporti tra scienza e società e il web modificano però non poco le cose, con scenari attualmente imprevedibili.

lunedì 22 febbraio 2010

Siamo tutti scienziati

E' uscito qualche tempo fa, ma vale la pena lo stesso leggere un articolo apparso su Seed alla fine di dicembre del 2009 scritto da Dave Manger su come volontari non-scienziati stanno contribuendo a sviluppare dei progetti di ricerca in ambiti molto diversi, dalla biochimica alla cosmologia.
L'aspetto più interessante secondo me è che non si tratta della cosiddetta wikiscience, vale a dire quei progetti di ricerca collaborativa di calcolo distribuito in cui gli utenti mettono a disposizione parte della memoria dei propri computer da casa.
Nei progetti descritti da Manger, a cui lui stesso ha contribuito giocando con le proteine, partecipando a test psicologici via web e descrivendo le caratteristiche di alcune galassie, il ruolo dell'utente è non solo attivo nella produzione della conoscenza ma anche necessario.
Secondo Mager non si tratta di pubbliche relazioni, ma di un contributo all'impresa scientifica contemporanea. Un contributo concreto alla costruzione della cittadinanza scientifica che sfrutta la più importante risorsa computazionale del pianeta: il cervello umano.