Eugenio Borgna sul domenicale del Sole 24 Ore di oggi ci ricorda che quello che avviene nella interiorità di chi vive un esperienza di sofferenza psichica è sempre dotato di senso.
"Un senso decifrabile solo se ci si confronta con i pazienti ascoltandoli, ascoltandone le parole che vengono dette e anche quelle che non vengono dette e che sono riconosciute nei loro significati solo dall'intuizione: dalle pascaliane ragioni del vuore così indispensabili a ogni psichiatria che sia scienza umana e non solo scienza naturale." (pg. 33)
La psichiatria deve servire a curare le persone. Altrimenti è meglio farne a meno. La conoscenza scientifica ci può aiutare a conoscere la malattia. Le due cose vanno ben distinte. Vanno integrate, ma la psichiatria che in nome della scienza cerca di restringere il campo dei diritti delle persone, di tutti noi, va rifiutata. C' è molta confusione su questi piani. In buona e cattiva fede. Discorsi di potere si sovrappongono e si mischiano a discorsi sull'oggetto d'indagine scientifico interessante per la psichiatria che vuole sentirsi solo scienza naturale. Ma Borgna ci ricorda che deve essere anche scienza umana.
Ma la psichiatria può essere una scienza? Cafe Hayek riporta un' intervista a Louis Menand, che sul New Yorker di qualche mese fa aveva scritto questo pezzo in cui c'è tra l'altro un interessante paragone tra l'economia e la psichiatria nello stabilire le cause dei rispettivi fenomeni d'indagine.
Intanto giovedì 10 al Senato a Roma alle 10 viene presentato il libro di Peppe dell'Acqua Fuori come va? edito da Feltrinelli. Non ci dirà che cos'è la psichiatria ma ci aiuterà a capire cosa NON serve oggi alla salute mentale.
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domenica 6 giugno 2010
domenica 11 aprile 2010
Psichiatria dimezzata e storie di vita
Un articolo di Eugenio Borgna a pg. 30 del Domenicale del Sole 24 Ore di oggi replica a un pezzo di Gilberto Corbellini di cui avevo parlato anche io in un post diun paio di settimane fa circa.
Borgna commenta il lavoro dell'American Psychiatric Association che, come è noto, è impegnata nell'elaborazione della quinta edizione del Dsm, o Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorder, il manuale diagnostico di psichiatria più usato al mondo. Alla logica "oggettivante" e "universalistica" del Dsm, Borgna contrappone la dimensione del contesto e dell'ascolto. Una psichiatria che non tenga conto della dimensione soggettiva, interiore, specifica, è una psichiatria dimezzata, a cui manca la dimensione emozionale e relazionale.
"Come posso giungere alla diagnosi, in psichiatria, se non riesco a fare sgorgare dalla vita interiore dei pazienti le ragioni ferite del loro cuore? Come faccio a riconoscere fino in fondo l'angoscia, e la malinconia, dei pazienti, se non ho mai conosciuto queste esperienze umane, prima ancora che non psicopatologiche, nella mia anima o nella mia immaginazione?", si chiede Borgna.
Nel suo discorso tornano concetti cari a Basaglia e alla psichiatria italiana che alle sue idee oggi si ispira: l'ascolto, il malato prima della malattia, la relazione anteposta alla conoscenza, la cura del soggetto invece che il sapere sull'oggetto. Al centro di questo approccio non c'è un gesto umanitario o un rinnovamento dell'assistenza.
C'è una prima questione, ricordata da Borgna, che è la diagnosi. Sto leggendo un libro, Every Patient Tells a Story il cui scopo è quello di chiarire il processo attraverso il quale i medici dichiarano se e di cosa siamo malati. E' in linea con la risposta di Borgna e Basaglia: una diagnosi corretta può essere formulata solo quando il medico lascia spazio alla storia di vita del paziente. Le storie sono la chiave attraverso cui la conoscenza medica "generale" può trovare corrispondenza nella condizione specifica, di un paziente e di una persona "particolare".
La seconda questione che la psichiatria biologistica tende a dimenticare e che vale secondo me per tutto il dibattito attorno alla cittadinanza scientifica è la seguente: una certa dose di medicalizzazione della psichiatria può essere accettata solo a patto che la persona resti un sogetto titolare di diritti e non venga automaticamente ridotto a un paziente malato. Non può essere accettata nessuna psichiatria, e più in generale nessuna spiegazione scientifica che riduca in malattia, in mancanza, in deficit, bisogni di altra natura che vanno affrontati altrimenti, sul piano sociale, economico, relazionale, di comunità.
Ascoltare le storie di vita delle persone serve a comprendere dove arriva la malattia e dove inizia qualcos'altro che con la malattia nulla a che fare. Così come ci serve a capire che l'opposizione a certe innovazioni tecnoscientifiche non è dettata da ignoranza, da ostilità preconcetta nei confronti della scienza, ma dal fatto che si hanno altri bisogni, spesso incompresi, inascoltati, alla ricerca di una decifrazione e di una via di espressione. Dobbiamo ascoltare le storie per capire quali nuovi o vecchi diritti vengono invocati nelle zone sempre più frequenti d'interazione fra scienza e società. La psichiatria è un esempio paradigmatico di tutto quello che di buono e di cattivo si può fare.
Borgna commenta il lavoro dell'American Psychiatric Association che, come è noto, è impegnata nell'elaborazione della quinta edizione del Dsm, o Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorder, il manuale diagnostico di psichiatria più usato al mondo. Alla logica "oggettivante" e "universalistica" del Dsm, Borgna contrappone la dimensione del contesto e dell'ascolto. Una psichiatria che non tenga conto della dimensione soggettiva, interiore, specifica, è una psichiatria dimezzata, a cui manca la dimensione emozionale e relazionale.
"Come posso giungere alla diagnosi, in psichiatria, se non riesco a fare sgorgare dalla vita interiore dei pazienti le ragioni ferite del loro cuore? Come faccio a riconoscere fino in fondo l'angoscia, e la malinconia, dei pazienti, se non ho mai conosciuto queste esperienze umane, prima ancora che non psicopatologiche, nella mia anima o nella mia immaginazione?", si chiede Borgna.
Nel suo discorso tornano concetti cari a Basaglia e alla psichiatria italiana che alle sue idee oggi si ispira: l'ascolto, il malato prima della malattia, la relazione anteposta alla conoscenza, la cura del soggetto invece che il sapere sull'oggetto. Al centro di questo approccio non c'è un gesto umanitario o un rinnovamento dell'assistenza.
C'è una prima questione, ricordata da Borgna, che è la diagnosi. Sto leggendo un libro, Every Patient Tells a Story il cui scopo è quello di chiarire il processo attraverso il quale i medici dichiarano se e di cosa siamo malati. E' in linea con la risposta di Borgna e Basaglia: una diagnosi corretta può essere formulata solo quando il medico lascia spazio alla storia di vita del paziente. Le storie sono la chiave attraverso cui la conoscenza medica "generale" può trovare corrispondenza nella condizione specifica, di un paziente e di una persona "particolare".
La seconda questione che la psichiatria biologistica tende a dimenticare e che vale secondo me per tutto il dibattito attorno alla cittadinanza scientifica è la seguente: una certa dose di medicalizzazione della psichiatria può essere accettata solo a patto che la persona resti un sogetto titolare di diritti e non venga automaticamente ridotto a un paziente malato. Non può essere accettata nessuna psichiatria, e più in generale nessuna spiegazione scientifica che riduca in malattia, in mancanza, in deficit, bisogni di altra natura che vanno affrontati altrimenti, sul piano sociale, economico, relazionale, di comunità.
Ascoltare le storie di vita delle persone serve a comprendere dove arriva la malattia e dove inizia qualcos'altro che con la malattia nulla a che fare. Così come ci serve a capire che l'opposizione a certe innovazioni tecnoscientifiche non è dettata da ignoranza, da ostilità preconcetta nei confronti della scienza, ma dal fatto che si hanno altri bisogni, spesso incompresi, inascoltati, alla ricerca di una decifrazione e di una via di espressione. Dobbiamo ascoltare le storie per capire quali nuovi o vecchi diritti vengono invocati nelle zone sempre più frequenti d'interazione fra scienza e società. La psichiatria è un esempio paradigmatico di tutto quello che di buono e di cattivo si può fare.
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domenica 21 marzo 2010
Disturbi del comportamento=anomalie del cervello, come si fa a essere così sicuri?
C'è un articolo di Gilberto Corbellini sul Domenicale del Sole24Ore di oggi che commenta la pubblicazione, avvenuta il 10 febbraio, di una bozza del DSM-V, la quinta edizione del Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, lo strumento diagnostico per disturbi mentali più usato al mondo. Corbellini si sofferma sull'ateoreticità del DSM e sulla precarietà epistemologica della psichiatria. Per superare questi limiti, conclude lo storico della medicina, ci sarebbe bisogno di "un salutare pluralismo epistemologico, ispirato però da una rigorosa concezione naturalistica della malattia mentale. Gli avanzamenti delle neuroscienze stanno muovendo in questa direzione, consentendo di tornare a sfruttare euristicamente le teorie per ricondurre i disturbi del comportamento a quello che sono. Cioè alterazioni del funzionamento del cervello".
La questione su come le neuroscienze possano essere integrate nel DSM-V era stata, fra gli altri, trattata poco più di due anni fa su Nature Neuroscience da Steven Hyman, il quale concludeva che "è probabilmente prematuro usare la neurobiologia nella classificazione formale che costituirà il nucleo del DSM-V." anche se, continuava Hyman "non è troppo presto per usare la neurobiologia come strumento centrale per ripensare l'approccio attuale ai disturbi mentali".
Mi soffermo ora sull'ultima frase di Corbellini che ribadisce una vecchia equazione della psichiatria naturalistica: le malattie mentali sono disfunzioni del cervello. Il primo a sostenerlo fu Wilhlem Griesinger a metà Ottocento. Come ricorda Eugenio Borgna in Come se finisse il mondo. Il senso dell'esperienza schizofrenica edito da Feltrinelli nel 1995, a pagina 21, lo stesso Griesinger, in una lezione del 1867 "invitava gli studenti a non reprimere 'gli slanci affettivi che ci assalgono quando siamo dinanzi a questo enigma del destino che è la follia': dicendo (anche) che 'i grandi pensieri vengono dal cuore' e che, in psichiatria, intelligenza e tecnica offrono un aiuto migliore quando si abbia 'un caldo sentimento per l'infelicità umana dei pazienti'."
Sono parole importanti, da tenere molto bene a mente proprio perché dette dal padre della psichiatria naturalistica incoraggiata da Corbellini.
Sempre Borgna (pg. 22 del libro citato sopra) ricorda poi le parole di Kurt Schneider il quale nel 1919 affermava che "non c'è un solo processo celebrale a cui sia correlato in un manifestarsi immediato e parallelo un processo psichico". La situazione non è cambiata granché da allora.
Biosgna tenere a mente anche questo non per sminuire i risultati delle neuroscienze o per trionfalizzare la psichiatria sociale, ma per ricordarci che essere psichiatri è una cosa diversa dai modelli teorici e che qualunque modello (biologico, sociologico, psicoterapeutico) fa fatica a contenere la realtà delle persone che con la malattia mentale hanno veramente a che fare. Non bisogna scordarselo.
La questione su come le neuroscienze possano essere integrate nel DSM-V era stata, fra gli altri, trattata poco più di due anni fa su Nature Neuroscience da Steven Hyman, il quale concludeva che "è probabilmente prematuro usare la neurobiologia nella classificazione formale che costituirà il nucleo del DSM-V." anche se, continuava Hyman "non è troppo presto per usare la neurobiologia come strumento centrale per ripensare l'approccio attuale ai disturbi mentali".
Mi soffermo ora sull'ultima frase di Corbellini che ribadisce una vecchia equazione della psichiatria naturalistica: le malattie mentali sono disfunzioni del cervello. Il primo a sostenerlo fu Wilhlem Griesinger a metà Ottocento. Come ricorda Eugenio Borgna in Come se finisse il mondo. Il senso dell'esperienza schizofrenica edito da Feltrinelli nel 1995, a pagina 21, lo stesso Griesinger, in una lezione del 1867 "invitava gli studenti a non reprimere 'gli slanci affettivi che ci assalgono quando siamo dinanzi a questo enigma del destino che è la follia': dicendo (anche) che 'i grandi pensieri vengono dal cuore' e che, in psichiatria, intelligenza e tecnica offrono un aiuto migliore quando si abbia 'un caldo sentimento per l'infelicità umana dei pazienti'."
Sono parole importanti, da tenere molto bene a mente proprio perché dette dal padre della psichiatria naturalistica incoraggiata da Corbellini.
Sempre Borgna (pg. 22 del libro citato sopra) ricorda poi le parole di Kurt Schneider il quale nel 1919 affermava che "non c'è un solo processo celebrale a cui sia correlato in un manifestarsi immediato e parallelo un processo psichico". La situazione non è cambiata granché da allora.
Biosgna tenere a mente anche questo non per sminuire i risultati delle neuroscienze o per trionfalizzare la psichiatria sociale, ma per ricordarci che essere psichiatri è una cosa diversa dai modelli teorici e che qualunque modello (biologico, sociologico, psicoterapeutico) fa fatica a contenere la realtà delle persone che con la malattia mentale hanno veramente a che fare. Non bisogna scordarselo.
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