Sheila Jasanoff scrive su Science a proposito dello scandalo legato allo svelamento di alcune email private degli scienziati della Climate Research Unit (CRU) dell'Università della West Anglia da parte di alcuni hacker. Ne avevo già parlato in un altro post.
Alcune mail private hanno svelato che gli scienziati della CRU in qualche modo distorcevano i dati per esagerare gli effetti del riscaldamento globale. Il direttore della CRU, Philip Jones, si è dimesso lo scorso il 31 Marzo 2010. Gran parte degli scienziati del clima sono al centro di polemiche violente, compreso l'Intergovernamental Panel on Climate Change (IPCC).
Jasanoff è uno dei nomi più importanti al mondo nel campo dei Science and Technology Studies. Ha fondato il primo dipartimento negli Stati Uniti in questo settore.
Le vicende sul riscaldamento globale sono un'occasione propizia per la studiosa americana per descrivere come si è modificato l'intreccio fra scienza e società e come i climatologi possono limitare i danni.
Alla ricerca contemporanea non basta più l'integrità riconosciuta dagli altri colleghi per essere credibile, deve essere responsabile di ciò che fa nei confronti dei pubblici di non-esperti. Come si fa a raggiungere quest'obiettivo?
La responsabilità, per la scienza attuale, può essere schematizzata come un problema dei tre corpi.
Il sistema è formato da: lo scienziato o l'esperto; la conoscenza scientifica; commissioni di consulenti in grado di tradurre le scoperte scientifiche in forme di policy rilevanti, in altre prole persone capaci di spiegare le loro valutazioni sia all'interno delle comunità scientifiche che nei confronti di diversi attori sociali all'esterno di esse.
Per i climatologi al centro delle polemiche questo significa non solo essere più scrupolosi e trasparenti nei confronti dei loro pari, ma anche attivi nel costruire una relazione di fiducia e rispetto nei confronti dei cittadini globali.
Il ragionamento di Jasanoff è in linea con i discorsi sul modo 2 sui rapporti tra scienza e società di Gibbons e colleghi. Intreccia comunicazione, democrazia, cittadinanza scientifica, regolazione della scienza, co-produzione. Si tratta di concetti, soprattutto l'ultimo, molto cari alla studiosa americane e costanti nella sua linea di ricerca.
Tutto molto condivisibile, ma cosa fare in concreto? Anche jasanoff alla fine del suo saggio dice che si tratta di un compito difficile.
Come dare forma comunicativa a questi inviti in diversi contesti nazionali, politici e culturali?
L'impressione è che ci sia bisogno di riforme impegnative sul piano della politica della ricerca in grado di agire nelle pratiche e nella cultura degli scienziati dei prossimi decenni. Tempi lunghi insomma su problemi che hanno bisogno di risposte immediate.
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sabato 8 maggio 2010
domenica 11 aprile 2010
Psichiatria dimezzata e storie di vita
Un articolo di Eugenio Borgna a pg. 30 del Domenicale del Sole 24 Ore di oggi replica a un pezzo di Gilberto Corbellini di cui avevo parlato anche io in un post diun paio di settimane fa circa.
Borgna commenta il lavoro dell'American Psychiatric Association che, come è noto, è impegnata nell'elaborazione della quinta edizione del Dsm, o Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorder, il manuale diagnostico di psichiatria più usato al mondo. Alla logica "oggettivante" e "universalistica" del Dsm, Borgna contrappone la dimensione del contesto e dell'ascolto. Una psichiatria che non tenga conto della dimensione soggettiva, interiore, specifica, è una psichiatria dimezzata, a cui manca la dimensione emozionale e relazionale.
"Come posso giungere alla diagnosi, in psichiatria, se non riesco a fare sgorgare dalla vita interiore dei pazienti le ragioni ferite del loro cuore? Come faccio a riconoscere fino in fondo l'angoscia, e la malinconia, dei pazienti, se non ho mai conosciuto queste esperienze umane, prima ancora che non psicopatologiche, nella mia anima o nella mia immaginazione?", si chiede Borgna.
Nel suo discorso tornano concetti cari a Basaglia e alla psichiatria italiana che alle sue idee oggi si ispira: l'ascolto, il malato prima della malattia, la relazione anteposta alla conoscenza, la cura del soggetto invece che il sapere sull'oggetto. Al centro di questo approccio non c'è un gesto umanitario o un rinnovamento dell'assistenza.
C'è una prima questione, ricordata da Borgna, che è la diagnosi. Sto leggendo un libro, Every Patient Tells a Story il cui scopo è quello di chiarire il processo attraverso il quale i medici dichiarano se e di cosa siamo malati. E' in linea con la risposta di Borgna e Basaglia: una diagnosi corretta può essere formulata solo quando il medico lascia spazio alla storia di vita del paziente. Le storie sono la chiave attraverso cui la conoscenza medica "generale" può trovare corrispondenza nella condizione specifica, di un paziente e di una persona "particolare".
La seconda questione che la psichiatria biologistica tende a dimenticare e che vale secondo me per tutto il dibattito attorno alla cittadinanza scientifica è la seguente: una certa dose di medicalizzazione della psichiatria può essere accettata solo a patto che la persona resti un sogetto titolare di diritti e non venga automaticamente ridotto a un paziente malato. Non può essere accettata nessuna psichiatria, e più in generale nessuna spiegazione scientifica che riduca in malattia, in mancanza, in deficit, bisogni di altra natura che vanno affrontati altrimenti, sul piano sociale, economico, relazionale, di comunità.
Ascoltare le storie di vita delle persone serve a comprendere dove arriva la malattia e dove inizia qualcos'altro che con la malattia nulla a che fare. Così come ci serve a capire che l'opposizione a certe innovazioni tecnoscientifiche non è dettata da ignoranza, da ostilità preconcetta nei confronti della scienza, ma dal fatto che si hanno altri bisogni, spesso incompresi, inascoltati, alla ricerca di una decifrazione e di una via di espressione. Dobbiamo ascoltare le storie per capire quali nuovi o vecchi diritti vengono invocati nelle zone sempre più frequenti d'interazione fra scienza e società. La psichiatria è un esempio paradigmatico di tutto quello che di buono e di cattivo si può fare.
Borgna commenta il lavoro dell'American Psychiatric Association che, come è noto, è impegnata nell'elaborazione della quinta edizione del Dsm, o Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorder, il manuale diagnostico di psichiatria più usato al mondo. Alla logica "oggettivante" e "universalistica" del Dsm, Borgna contrappone la dimensione del contesto e dell'ascolto. Una psichiatria che non tenga conto della dimensione soggettiva, interiore, specifica, è una psichiatria dimezzata, a cui manca la dimensione emozionale e relazionale.
"Come posso giungere alla diagnosi, in psichiatria, se non riesco a fare sgorgare dalla vita interiore dei pazienti le ragioni ferite del loro cuore? Come faccio a riconoscere fino in fondo l'angoscia, e la malinconia, dei pazienti, se non ho mai conosciuto queste esperienze umane, prima ancora che non psicopatologiche, nella mia anima o nella mia immaginazione?", si chiede Borgna.
Nel suo discorso tornano concetti cari a Basaglia e alla psichiatria italiana che alle sue idee oggi si ispira: l'ascolto, il malato prima della malattia, la relazione anteposta alla conoscenza, la cura del soggetto invece che il sapere sull'oggetto. Al centro di questo approccio non c'è un gesto umanitario o un rinnovamento dell'assistenza.
C'è una prima questione, ricordata da Borgna, che è la diagnosi. Sto leggendo un libro, Every Patient Tells a Story il cui scopo è quello di chiarire il processo attraverso il quale i medici dichiarano se e di cosa siamo malati. E' in linea con la risposta di Borgna e Basaglia: una diagnosi corretta può essere formulata solo quando il medico lascia spazio alla storia di vita del paziente. Le storie sono la chiave attraverso cui la conoscenza medica "generale" può trovare corrispondenza nella condizione specifica, di un paziente e di una persona "particolare".
La seconda questione che la psichiatria biologistica tende a dimenticare e che vale secondo me per tutto il dibattito attorno alla cittadinanza scientifica è la seguente: una certa dose di medicalizzazione della psichiatria può essere accettata solo a patto che la persona resti un sogetto titolare di diritti e non venga automaticamente ridotto a un paziente malato. Non può essere accettata nessuna psichiatria, e più in generale nessuna spiegazione scientifica che riduca in malattia, in mancanza, in deficit, bisogni di altra natura che vanno affrontati altrimenti, sul piano sociale, economico, relazionale, di comunità.
Ascoltare le storie di vita delle persone serve a comprendere dove arriva la malattia e dove inizia qualcos'altro che con la malattia nulla a che fare. Così come ci serve a capire che l'opposizione a certe innovazioni tecnoscientifiche non è dettata da ignoranza, da ostilità preconcetta nei confronti della scienza, ma dal fatto che si hanno altri bisogni, spesso incompresi, inascoltati, alla ricerca di una decifrazione e di una via di espressione. Dobbiamo ascoltare le storie per capire quali nuovi o vecchi diritti vengono invocati nelle zone sempre più frequenti d'interazione fra scienza e società. La psichiatria è un esempio paradigmatico di tutto quello che di buono e di cattivo si può fare.
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venerdì 19 marzo 2010
Saperi, informazione e poteri nel XXI secolo: quale ruolo per scienza e tecnologia?
Si chiama Saperi e poteri. Informazione e cultura nella network society un libretto della casa editrice Egea frutto di un incontro svolto poco più di un anno fa alla Bocconi di Milano. Ospite d'onore Manuel Castells. Si discute dell'evoluzione del processo di formazione dell'opinione pubblica nella network society , del ruolo e del successo di chi opera nei settori della produzione e comunicazione delle conoscenze.
Castells introduce il concetto di auto-comunicazione di masa come forma di contrasto al potere incarnato dai media tradizionali. L'auto-comunicazione di massa prodotta in Internet è di massa perché tramite la rete può raggiungere un'audience globale; è multimodale perché la digitalizzazione dei contenuti consente la rielaborazione dei contenuti in qualunque forma; auto-prodotta per quanto riguarda i contenuti; auto-diretta nell'emissione, scelta in modo autonomo.
Michele Salvati, uno degli studiosi che partecipa alla tavola rotonda, commenta il concetto di self mass communicationdi Castells: i processi di auto-comunicazione di massa basati su un uso interattivo e orizzontale degli strumenti informatici permette la costruzione di gruppi d'opinione e di controinformazione che si oppongono al potere di mind framing dei gruppi politici ed economici consolidata. Poi dice, a pg. 55 del libro, che c'è un altro antidoto a questo tipo di potere: avere un buona scuola, avere mass media indipendenti, avere case editrici che mettano a disposizione i migliori risultati della ricerca "nelle materie più rilevanti per dibattere l'agenda politica: filosofia, storia, scienze politiche, sociologia, economia...".
Mi ha colpito in questo elenco la mancanza di un riferimento alla scienza, alla tecnologia, alla medicina. Probabilmente è una semplice svista che non esprime un difetto dell'autore.
Credo che nella discussione fra potere, sapere e comunicazione nel XXI secolo, la scienza sia uno degli argomenti su cui maggiormente si costruiranno i dibattiti pubblici. Come si inserisce l'informazione e il sapere scientifico-medico-tecnologico nelle discussioni come quelle fatte da Castells e altri studiosi intervenuti a Milano? Bisogna ragionarci, fare ricerca e stimolare confronti.
Castells introduce il concetto di auto-comunicazione di masa come forma di contrasto al potere incarnato dai media tradizionali. L'auto-comunicazione di massa prodotta in Internet è di massa perché tramite la rete può raggiungere un'audience globale; è multimodale perché la digitalizzazione dei contenuti consente la rielaborazione dei contenuti in qualunque forma; auto-prodotta per quanto riguarda i contenuti; auto-diretta nell'emissione, scelta in modo autonomo.
Michele Salvati, uno degli studiosi che partecipa alla tavola rotonda, commenta il concetto di self mass communicationdi Castells: i processi di auto-comunicazione di massa basati su un uso interattivo e orizzontale degli strumenti informatici permette la costruzione di gruppi d'opinione e di controinformazione che si oppongono al potere di mind framing dei gruppi politici ed economici consolidata. Poi dice, a pg. 55 del libro, che c'è un altro antidoto a questo tipo di potere: avere un buona scuola, avere mass media indipendenti, avere case editrici che mettano a disposizione i migliori risultati della ricerca "nelle materie più rilevanti per dibattere l'agenda politica: filosofia, storia, scienze politiche, sociologia, economia...".
Mi ha colpito in questo elenco la mancanza di un riferimento alla scienza, alla tecnologia, alla medicina. Probabilmente è una semplice svista che non esprime un difetto dell'autore.
Credo che nella discussione fra potere, sapere e comunicazione nel XXI secolo, la scienza sia uno degli argomenti su cui maggiormente si costruiranno i dibattiti pubblici. Come si inserisce l'informazione e il sapere scientifico-medico-tecnologico nelle discussioni come quelle fatte da Castells e altri studiosi intervenuti a Milano? Bisogna ragionarci, fare ricerca e stimolare confronti.
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lunedì 22 febbraio 2010
Siamo tutti scienziati
E' uscito qualche tempo fa, ma vale la pena lo stesso leggere un articolo apparso su Seed alla fine di dicembre del 2009 scritto da Dave Manger su come volontari non-scienziati stanno contribuendo a sviluppare dei progetti di ricerca in ambiti molto diversi, dalla biochimica alla cosmologia.
L'aspetto più interessante secondo me è che non si tratta della cosiddetta wikiscience, vale a dire quei progetti di ricerca collaborativa di calcolo distribuito in cui gli utenti mettono a disposizione parte della memoria dei propri computer da casa.
Nei progetti descritti da Manger, a cui lui stesso ha contribuito giocando con le proteine, partecipando a test psicologici via web e descrivendo le caratteristiche di alcune galassie, il ruolo dell'utente è non solo attivo nella produzione della conoscenza ma anche necessario.
Secondo Mager non si tratta di pubbliche relazioni, ma di un contributo all'impresa scientifica contemporanea. Un contributo concreto alla costruzione della cittadinanza scientifica che sfrutta la più importante risorsa computazionale del pianeta: il cervello umano.
L'aspetto più interessante secondo me è che non si tratta della cosiddetta wikiscience, vale a dire quei progetti di ricerca collaborativa di calcolo distribuito in cui gli utenti mettono a disposizione parte della memoria dei propri computer da casa.
Nei progetti descritti da Manger, a cui lui stesso ha contribuito giocando con le proteine, partecipando a test psicologici via web e descrivendo le caratteristiche di alcune galassie, il ruolo dell'utente è non solo attivo nella produzione della conoscenza ma anche necessario.
Secondo Mager non si tratta di pubbliche relazioni, ma di un contributo all'impresa scientifica contemporanea. Un contributo concreto alla costruzione della cittadinanza scientifica che sfrutta la più importante risorsa computazionale del pianeta: il cervello umano.
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