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martedì 13 luglio 2010

Gli europei non partecipano alle discussioni su scienza e tecnologia

Tra i risultati dell'ultimo Eurobarometro speciale intitolato Science and Technology pubblicato a Giugno 2010, colpisce che il 91% degli europei dichiara di non aver mai o quasi mai partecipato a dibattiti o incontri pubblici su questioni riguardanti l'impatto sociale della ricerca scientifica e dell'innovazione tecnologica.

Che dire? Sembra che l'epoca del dialogo, del coinvolgimento e della partecipazione sia per il momento solo nella retorica dei documenti governativi e sovranazionali riguardanti il rapporto tra scienza e società.

C'è spazio per chi vuole comunicare la scienza nella dimensione politico-sociale, ma bisogna sperimentare, innovare, fare ricerca e studiare modalità diverse per entrare in contatto con i pubblici della scienza.

Il rischio è altrimenti quello visto a Esof 2010 qualche giorno fa: buona organizzazione, qualche contenuto d'eccellenza, ma predicazione ai convertiti.

Altri risultati dell'Eurobarometro Science and Technology, tratti dall'Executive Summary:

-il 30% degli europei è molto interessato alle nuove scoperte scientifiche e agli sviluppi tecnologici;
-solo l'11% si ritiene ben informato sulle scoperte scientifiche e gli sviluppi tecnologici;
-i cittadini del vecchio continente credono che gli scienziati debbano decidere sugli sviluppi della scienza ma che il pubblico debba essere consultato. Inoltre pensano che gli scienziati dovrebbero comunicare quello che fanno ma non sono molto bravi a svolgere questo compito.

martedì 1 giugno 2010

National Science Foundation: niente soldi per la scienza che non fa outreach

Una news di Nature di qualche giorno fa, si interroga sull'insistenza della National Science Foundation (NSF) americana nel voler finanziare solo progetti che dimostrano di avere impatti sociali più ampi.
L'articolo sottolinea che ancora oggi non è chiaro come si facciano a misurarli. Una commissione sta pensando a elaborare delle linee guida, ma prima del 2011 non si avranno i risultati. Intanto c'è qualche esperienza positiva, ma di solito gli scienziati sono infastiditi frustrati dai loro tentativi di comunicazione che non vanno a buon fine. La NSF non demorde però e considera imprescindibile per elargire i finanziamenti un riscontro sull'utilità sociale ed economica della ricerca.

La news di Nature dipinge un quadro della situazione americana in cui gli studi di comunicazione della scienza e i science studies non sembrano essere presi granché in considerazione. Molte volte si fa riferimento all'Inghilterra e agli Stati Uniti per far vedere che la comunità degli scienziati ha compreso in questi paesi, meglio che da altre parti, il fatto che comunicare con il pubblico è una necessità ineludibile. L'articolo riporta dubbi e insofferenze che a dire il vero non mostrano questa consapevolezza.

La NSF incarna i cambiamenti della politica della ricerca e dei rapporti tra scienza e società ben descritti dal modo 2 della produzione della conoscenza scientifica.
La scienza contemporanea per essere robusta socialmente deve dimostrare di essere utile e di assumersi le responsabilità di quello che fa. Ha bisogno di comunicazione. L'alternativa è che decisioni rilevanti sul suo sviluppo siano sempre di più prese da altri.

La comunicazione non può però essere un provvedimentouna tantum, né ci si possono aspettare effetti taumaturgici dai programmi di diffusione dei risultati della ricerca, nè immaginare che la relazione tra attività di outreach e percezione pubblica sia lineare. Le dichiarazioni degli scienziati intervistati da Nature esprimono ansie e insoddisfazioni tipiche di questo approccio.

Nell'articolo si dice anche che bisognerebbe sostenere le esperienze di uffici di science outreach di cui si sono già dotati alcune università americane. Detto così sembra uno strumento tecnico. Non credo che funzionerà neanche in questo modo. Il punto non è semplicemente dare in mano a dei professionisti della comunicazione il fardello di far capire in modo efficace le implicazioni positive della ricerca. E' una logica da marketing.

La vera difficoltà è culturale. Gli scienziati devono interiorizzare una nuova fase dei rapporti tra scienza e società e dotarsi di nuovi strumenti concettuali per interagire con pubblici diversi. Non è detto che lo possano/debbano fare da soli.
E' forse necessario che nuove figure emergano all'interno dell'università per svolgere un'altra funzione oltre a quelle della formazione e della ricerca: quella della comunicazione pubblica rivolta alla costruzione di reti sociali, quella che Pietro Greco ha definito la terza missione per l'università.

mercoledì 5 maggio 2010

Cos'è il dialogo fra scienza e società from UK

Alcune risorse utili pescate dalla Science Communication Conference organizzata dalla British Association su engagement, coinvolgimento e dialogo su scienza e società.
Kathy Skyes nel 2006 e Edward Andersson nel 2009 sono utili anche per sapere quali sono le principali organizzazioni coinvolte nell'engagement in UK.

martedì 6 aprile 2010

Peer-review collettiva dal basso per recuperare fiducia nella scienza

A partire da un recente post di Framing Science si può recuperare una discussione importante sul movimento "science audit". Si tratta di una rete di cittadini che richiedono un maggior livello di trasparenza nei dati e nella ricerca scientifica, con un'attenzione soprattutto nei confronti del cambiamento climatico. Il movimento combina le competenze professionali dei suoi componenti con le tecnologie on-line. Qualche tempo fa ha scritto un saggio importante sul tema Judith Carry su Physics Today, da cui è partita la discussione sulla blogosfera. Da leggere, su questioni di policy, media e cambiamento climatico, anche un articolo del Der Spiegel, davvero un bell'esempio di giornalismo scientifico ai tempi del web 2.0.
La discussione, nel suo complesso, ruota attorno al processo di peer-review, il quale, da solo, non è più sufficiente a garantire la crescente richiesta di trasparenza pubblica su innovazioni tecno-scientifiche di rilevante impatto sociale.
I cittadini del movimento "science audit" rivendicano di essere inclusi nel processo di revisione della ricerca, a un secondo-livello, dopo quello tecnico, su temi come le nanotecnologie, la ricerca biomedica, la sicurezza dei vaccini. Richiedono, in altre parole, un diritto vero di cittadinanza scientifica che riduca o annulli l' asimmetria informativa .
Due punti importanti e interessanti per chi si occupa di processi della comunicazione della scienza:
1. I movimenti come "science audit" attaccano la peer-review. Non è una cosa da poco. Come ho scritto altre volte in questo blog, il motivo per cui la scienza ha creato un consenso sociale attorno alle sue affermazioni è profondamente legato al meccanismo di peer-review. Una procedura che i ricercatori si sono dati per decidere chi sta dentro e chi sta fuori, chi può legittimamente rivendicare il diritto a essere chiamato scienziato e chi invece fa affermazioni pseudo-scientifiche;
2. Per il momento la rete non è la nuova agorà che soddisfa il bisogno di cittadinanza scientifica non esprimibile sui media tradizionali. Eppure, attraverso la rete, come dimostra il movimento "science audit", quel bisogno si manifesta chiaramente e inesorabilmente. Un'analisi storica appropondita rivelerebbe che non si tratta di una novità dei nostri tempi. Gli attuali rapporti tra scienza e società e il web modificano però non poco le cose, con scenari attualmente imprevedibili.

venerdì 26 marzo 2010

Sono un ricercatore: che ci guadagno a dialogare col pubblico?

Un recente report dei Research Council britannici fornisce alcuni esempi di possibili benefici per ricercatori che partecipano ad iniziative di comunicazione finalizzate al coinvolgimento pubblico (public engagement):

Eccoli:

-Skills development
-Career enhancement
-Enhancing your research quality and its impact
-New research perspectives
-Higher personal and institutional profile
-Influence and networking opportunities
-Forming new collaborations and partnerships
-Enjoyment and personal reward
-Additional funding
-Increasing awareness of the value of research
to UK society
-Increasing student recruitment
-Inspiring the next generation of researchers

Simmetricamente bisognerebbe chiedersi l'interesse e i benefici del pubblico nel dialogare con gli scienziati...

venerdì 19 marzo 2010

Ci si fida troppo di alcune tecniche scientifiche nelle aule di giustizia

Science in court, la scienza nelle aule di giustizia. Si chiama così lo speciale di Nature uscito ieri dedicato alla scienza forense, una disciplina che si è sviluppata più per le esigenze giudiziarie che attraverso la validazione accademica. Il risultato? La maggiorparte delle tecniche usate oggi, dall'impronta digitale del Dna, all'imaging del cervello basato sulla risonanza magnetica funzionale, che ha fatto il suo debutto nelle corti americane lo scorso anno, sono utilizzate con una sicurezza non sostenuta da una sufficiente base emprica. L'invito è far diventare la scienza forense più scientifica, riempire cioè il gap tra l'accademia e il "laboratorio forense".

lunedì 8 marzo 2010

Più discussione e partecipazione per avere fiducia nella scienza: nuovo report britannico

E' uscito oggi il report del Science and Trust Expert Group del BIS (Department for Business Innovation & Skills) britannico. Si chiama Starting a National Conversation about Good Science e fa parte di una serie di iniziative del governo inglese su vari aspetti del rapporto tra scienza e società in Gran Bretagna.
Questo rapporto aveva l'obiettivo di approfondire il tema della crisi di fiducia tra scienza e pubblici. Il report richiama a un nuovo atteggiamento nei confronti del problema. E' meglio uno scetticismo pubblico sano ma informato che un'accettazione acritica e cieca della scienza e degli scienziati.
Per produrre opinioni informate, conclude il lavoro, deve essere consentita una maggiore discussione sulle questioni del rischio e dell'incertezza e bisogna aprire il dibattito sui processi riguardanti la produzione della conoscenza scientifica.
Si tratta di pronunciamenti in linea con quanto i sociologi del Modo 2 dicono da tempo.
Mi sembra interessante il richiamo, tra le cose da fare in futuro, alla comunicazione delle questioni etiche legate allo sviluppo della scienza e della tecnologica. Questa attenzione alle dimensioni, etiche, politiche, sociali nella comunicazione così come nella produzione di informazione attorno alla scienza, alla medicina, alla tecnologia è una delle cifre caratteristiche del giornalista e del comunicatore scientifico dei prossimi anni.

martedì 2 marzo 2010

Fisici e sociologi uniti per contrastare il riscaldamento globale

David Dickson, direttore di Scidev.net, di ritorno dal meeting annuale dell'American association for the Advancemet of Science tenutosi a San Diego dal 18 al 22 febbraio, invita scienziati naturali e scienziati sociali a mettere da parte le reciproche diffidenze e lavorare assieme.
Il caso di studio, epocale, per mettere alla prova uno scambio più significativo di quanto lo sia stato fino ad ora, è il cambiamento climatico. Gli scienziati naturali devono avere maggiore consapevolezza di almeno due cose per convincere l'opinione pubblica e la classe politica della necessità di agire e agire presto per contrastare gli effetti del riscaldamento globale. Primo, la loro ricerca deve essere "robusta socialmente", secondo quanto ci hanno insegnato la sociologa Helga Nowotny e diversi suoi colleghi. Robusta socialmente vuol dire che la validità della scienza non è più unicamente determinata dalle comunità scientifiche ma da comunità più ampie che comprendono altri produttori di conoscenza, i comunicatori, gli imprenditori, i cittadini.
Secondo punto: gli scienziati devono avere una visione più profonda delle ragioni per cui la società reagisce nel modo in cui reagisce.
In entrambi i casi, le scienze politiche e quelle sociali sono fondamentali. Ma devono deporre le armi.
Purtroppo credo che il sacrosanto appello di Dickson cadrà nel vuoto, ma è molto giusto farlo.

giovedì 25 febbraio 2010

In Cina non si fidano delle scansioni celebrali

Secondo un articolo apparso il 19 febbraio su Science i neuroscienziati cinesi della Beijing Normal University hanno difficoltà a reclutare bambini da sottoporre alla fMRI per i loro esperimenti.
I ricercatori vorrebbero mettere a confronto i risultati delle scansioni celebrali di bambini "sani" con quelli di bambini con ADHD (disturbo da deficit di attenzione/iperattività). Alcuni genitori non hanno dato il permesso a far esporre i propri figli a intensi campi magnetici.
Le ragioni? Non si fidano dei dottori. In più, c'è sempre una maggiore consapevolezza dei diritti dei pazienti e un crescente dibattito sui media riguardo ai meriti di diversi trattamenti.
E' un caso interessante per comprendere alcuni degli aspetti etici e sociali legati agli sviluppi delle neuroscienze e in particolare all'utilizzo delle tecniche di imaging celebrale.

sabato 20 febbraio 2010

Dal PUS al PEST, discussioni ricorrenti nella comunicazione della scienza

Sulla mailing list del psci.com, un portale britannico dedicato a fornire le migliori risorse internet sulla comunicazione della scienza e sul coinvolgimento pubblico su scienza e tecnologia, si sta discutendo del passaggio dal Public Understanding of Science (PUS) al Public Engagement with Science and Technology (PEST). Se ne discute da tempo. Tanti ne hanno già scritto, compreso io, secondo diverse prospettive.
Riporto la questione per mettere in evidenza il fatto che nella riflessione sulla comunicazione della scienza spesso si "reinventa la ruota". Prima o poi spunta qualcuno che dice che è finito il deficit model, bisogna passare al dialogo, alla partecipazione. Va avanti così fin dagli anni '90.
Il reiterarsi di queste discussioni dimostra quanto ancora non ci sia un corpus di concetti, teorie e conoscenze condiviso e riconosciuto da coloro che si occupano di comunicazione della scienza sia dal punto di vista teorico che professionale. Interessante comunque quanto dice, in una delle mail, Heather Rea, coordinatore e project manager dell'Edinburgh Beltane, un centro per il Public Engagement in Scozia:

"The model that I find most useful is to consider engagement as a spectrum of
activities ranging from the one-way information provision (books, lectures, media and PUS) through the two way engagements such as involvement/dialogue, consultation etc all the way to empowerment (eg citizens jury's/ deliberation).

Some may think this as an increasing scale of desirability ie we should all be aiming to empower people. But the truth is that in order to empower, you must also carry out all the other activites on the scale including informing."

giovedì 11 febbraio 2010

Scienziati e governo britannico devono lavorare di più per coinvolgere il pubblico

Un altro report commissionato dal BIS britannico (Department for Business Innovation & Skills) sul tema del coinvolgimento pubblico. Un paio di giorni fa il Science for All Gropu, che ha realizzato la ricerca, ha pubblicato i risultati del lavoro e un piano d'azione.
Il report si concentra su tre questioni identificate dal gruppo come sfide da affrontare nei prossimi anni:

1. E' necessaria una maggiore comprensione del perché, di quando e di come i pubblici vengono coinvolti su questioni scientifiche. In generale la questione del coinvolgimento pubblico è ancora un tema relativamente nuovo e la comprensione di molti suoi aspetti si sta sviluppando solo ora;

2. Nonostante ci siano molti attori coinvolti nei ragionamenti e nelle pratiche attorno ai temi del coinvolgimento pubblico manca una condivisione d'esperienze e una capacità di lavoro comune. Mancano in altre parole reti e maccanismi efficaci per far funzionare meglio le attività deliberative;

3. Manca una cultura professionale che valorizzi, riconosca e supporti le attività di coinvolgimento pubblico con "le scienze";

Il terzo punto è particolarmente signficativo, a mio modo di vedere, per il settore dell'informazione. Tra i nuovi compiti del giornalismo scientifico alcuni indicano quello di fornire strumenti di riflessione e azione ai cittadini su temi scientifici e tecnologici socialmente controversi. Manca quindi la consapevolezza che uno dei compiti del nuovo giornalismo scientifico può essere quello di trattare i pubblici come partecipanti attivi del governo della tecnoscienza.

venerdì 29 gennaio 2010

BID: ultimo giorno di workshop

Si chiude fra poche ore il secondo workshop del progetto BID, un'iniziativa finanziata dalla commissione europea per favorire il dialogo su temi socialmente controversi legati allo sviluppo delle neuroscienze. Coordinato dalla Sissa, il secondo workshop dei tre previsti nel progetto BID, si conclude nel pomeriggio con un meeting aperto al pubblico dal titolo Dna e salute. La mia vita e i miei geni. L'impressione dopo aver seguito qualche talk è che gli scienziati fanno poche domande alle associazioni di pazienti, agli esperti di psicologia sociale, etica, diritto ad esempio sulle problematiche legate ai test genetici di malattie neurodegenerative. Il viceversa è meno vero. Gli altri esperti o portatori di interesse sembrano più interessati a capire gli aspetti scientifici delle malattie di Parkinson, Alzheimer, Huntington. La "comprensione dei diversi pubblici della scienza" da parte degli scienziati rimane probabilmente uno dei problemi più cruciali per comprendere a fondo le questioni tra scienza e società

martedì 19 gennaio 2010

Pubblicato report ISOTOPE sui temi del coinvolgimento pubblico in materia di scienza e tecnologia

Sono stati appena pubblicati i risultati di un progetto della britannica Open University. Si tratta di ISOTOPE, guidato da Richard Holliman e Peter Taylor.
Lo scopo del progetto era:
indagare in modo sistematico i temi della partecipazione pubblica su temi di scienza e tecnologia;
costruire un sito con informazioni e risorse utili per i professionisti del settore.
Il sito isotope.open.ac.uk è stato lanciato nel luglio del 2009.
ISOTOPE è nato per sensibilizzare gli scienziati e gli operatori della comunicazione a considerare nelle loro pratiche i cambiamenti nei rapporti tra scienza e società.
A detta degli autori, nonostante la retorica imperante sul "dialogo" e sul "coinvolgimento pubblico", rimane una grossa distanza fra i discorsi e le pratiche comunicative. ISOTOPE è uno strumento utile per trovare esempi di esperienze e suggerimenti pratici riguardo ad attività di partecipazione pubblica su temi di scienza e tecnologia.