Eugenio Borgna sul domenicale del Sole 24 Ore di oggi ci ricorda che quello che avviene nella interiorità di chi vive un esperienza di sofferenza psichica è sempre dotato di senso.
"Un senso decifrabile solo se ci si confronta con i pazienti ascoltandoli, ascoltandone le parole che vengono dette e anche quelle che non vengono dette e che sono riconosciute nei loro significati solo dall'intuizione: dalle pascaliane ragioni del vuore così indispensabili a ogni psichiatria che sia scienza umana e non solo scienza naturale." (pg. 33)
La psichiatria deve servire a curare le persone. Altrimenti è meglio farne a meno. La conoscenza scientifica ci può aiutare a conoscere la malattia. Le due cose vanno ben distinte. Vanno integrate, ma la psichiatria che in nome della scienza cerca di restringere il campo dei diritti delle persone, di tutti noi, va rifiutata. C' è molta confusione su questi piani. In buona e cattiva fede. Discorsi di potere si sovrappongono e si mischiano a discorsi sull'oggetto d'indagine scientifico interessante per la psichiatria che vuole sentirsi solo scienza naturale. Ma Borgna ci ricorda che deve essere anche scienza umana.
Ma la psichiatria può essere una scienza? Cafe Hayek riporta un' intervista a Louis Menand, che sul New Yorker di qualche mese fa aveva scritto questo pezzo in cui c'è tra l'altro un interessante paragone tra l'economia e la psichiatria nello stabilire le cause dei rispettivi fenomeni d'indagine.
Intanto giovedì 10 al Senato a Roma alle 10 viene presentato il libro di Peppe dell'Acqua Fuori come va? edito da Feltrinelli. Non ci dirà che cos'è la psichiatria ma ci aiuterà a capire cosa NON serve oggi alla salute mentale.
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domenica 6 giugno 2010
domenica 25 aprile 2010
Da Risvegli all'elogio del manicomio: tutti i testi confermano la nostalgia di Sacks per gli ospedali psichiatrici
Alla fine dell'anno scorso, il 31 dicembre 2009, la Repubblica pubblicò un pezzo di Oliver Sacks dedicato ai manicomi negli Stati Uniti. L'articolo era un estratto di un testo che in forma integrale sarebbe apparso sulla Rivista dei Libri nel Gennaio 2010. A sua volta questo pezzo era la traduzione dall'inglese di una versione uscita sul The New York Book of Review qualche mese prima.
L'autore di Risvegli, da cui è stato tratto il film omonimo con Robin Williams e Robert De Niro, nel testo su La Repubblica si prodiga nel farci presente che in fondo i manicomi erano un luogo che dava ai pazienti "spazi e senso di comunità, un posto per lavorare e giocare, per apprendere un mestiere e imparare a vivere insieme". Un rifugio, insomma. Certo, c'erano state delle distorsioni e degli abusi, ma in fondo non erano poi così male.
Ha suscitato una certa delusione quest'articolo di Sacks, soprattutto in chi aveva apprezzato in lui la capacità di mettere in primo piano nei suoi libri (alcuni dei quali best-seller internazionali) le storie delle persone.
Il filosofo Pier Aldo Rovatti aveva messo bene in evidenza i punti deboli delle nostalgiche argomentazioni di Sacks in un pezzo pubblicato agli inizi di quest'anno sul sito del Forum Salute Mentale.
L'articolo sul la Repubblica era un po' strano. Non era molto chiaro perché Sacks avesse deciso di parlare dei bei tempi andati degli ospedali psichiatrici proprio l'ultimo dell'anno.
Andando a leggere la versione integrale su La Rivista dei Libri si capisce che il testo era connesso al libro fotografico Asylum del fotografo Christopher Payne, in cui c'è effettivamente una prefazione di Oliver Sacks messa ben in evidenza.

Si tratta di un volume bellissimo frutto di un lavoro durato sei anni che ci mostra cosa è rimasto dell'istituzione manicomiale americana. Le foto sono il risultato di un viaggio in settanta manicomi in trenta stati diversi. Le macerie della violenza istituzionale, registrata da Payne in immagini di interni, di luoghi e di oggetti, chissà perché stimolano i riflessi nostalgici di Sacks descritti nella prefazione.
Rimaneva il dubbio che il suo testo, in una cornice differente da quello dei giornali e delle riviste, potesse dirci qualcosa di diverso. Così non è. Ho avuto la fortuna di sfogliare il libro e confrontare le versioni.
La prefazione è quasi del tutto simile a quanto pubblicato sulla Rivista dei Libri. Ci sono delle parti in più, ma la sostanza non cambia: i manicomi secondo Sacks non erano così male.
Rimandiamo a Rovatti per capire tutto quello che c'è di sbagliato nelle argomentazioni di Sacks e nel fatto che la Repubblica gli abbia dato risalto.
L'autore di Risvegli, da cui è stato tratto il film omonimo con Robin Williams e Robert De Niro, nel testo su La Repubblica si prodiga nel farci presente che in fondo i manicomi erano un luogo che dava ai pazienti "spazi e senso di comunità, un posto per lavorare e giocare, per apprendere un mestiere e imparare a vivere insieme". Un rifugio, insomma. Certo, c'erano state delle distorsioni e degli abusi, ma in fondo non erano poi così male.
Ha suscitato una certa delusione quest'articolo di Sacks, soprattutto in chi aveva apprezzato in lui la capacità di mettere in primo piano nei suoi libri (alcuni dei quali best-seller internazionali) le storie delle persone.
Il filosofo Pier Aldo Rovatti aveva messo bene in evidenza i punti deboli delle nostalgiche argomentazioni di Sacks in un pezzo pubblicato agli inizi di quest'anno sul sito del Forum Salute Mentale.
L'articolo sul la Repubblica era un po' strano. Non era molto chiaro perché Sacks avesse deciso di parlare dei bei tempi andati degli ospedali psichiatrici proprio l'ultimo dell'anno.
Andando a leggere la versione integrale su La Rivista dei Libri si capisce che il testo era connesso al libro fotografico Asylum del fotografo Christopher Payne, in cui c'è effettivamente una prefazione di Oliver Sacks messa ben in evidenza.

Si tratta di un volume bellissimo frutto di un lavoro durato sei anni che ci mostra cosa è rimasto dell'istituzione manicomiale americana. Le foto sono il risultato di un viaggio in settanta manicomi in trenta stati diversi. Le macerie della violenza istituzionale, registrata da Payne in immagini di interni, di luoghi e di oggetti, chissà perché stimolano i riflessi nostalgici di Sacks descritti nella prefazione.
Rimaneva il dubbio che il suo testo, in una cornice differente da quello dei giornali e delle riviste, potesse dirci qualcosa di diverso. Così non è. Ho avuto la fortuna di sfogliare il libro e confrontare le versioni.
La prefazione è quasi del tutto simile a quanto pubblicato sulla Rivista dei Libri. Ci sono delle parti in più, ma la sostanza non cambia: i manicomi secondo Sacks non erano così male.
Rimandiamo a Rovatti per capire tutto quello che c'è di sbagliato nelle argomentazioni di Sacks e nel fatto che la Repubblica gli abbia dato risalto.
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venerdì 23 aprile 2010
Il ministro Fazio sulla legge 180: nessun bisogno di riformarla
Un'intervista al ministro della salute Ferruccio Fazio pubblicata sul sito del Forum Salute mentale ribadisce che non c'è alcun bisogno di riformare la legge 180 sull'assistenza alle persone affette da disturbi mentali.
Dall'anno della sua promulgazione, il 1978, la 180 è stata al centro di numerosi tentativi di revisione. Anche attualmente sono depositate in Parlamento diverse proposte.
La posizione di Fazio chiarisce, superando preconcette posizioni ideologiche, quali sono gli obiettivi fondamentali e lo spirito a cui si è ispirato il provvedimento legato al nome di Franco Basaglia e cosa va fatto per rispondere pienamente ai bisogni delle persone, laddove per resistenza politico-culturale non sono stati forniti strumenti e risorse per far funzionare pienamente la 180.
Dall'anno della sua promulgazione, il 1978, la 180 è stata al centro di numerosi tentativi di revisione. Anche attualmente sono depositate in Parlamento diverse proposte.
La posizione di Fazio chiarisce, superando preconcette posizioni ideologiche, quali sono gli obiettivi fondamentali e lo spirito a cui si è ispirato il provvedimento legato al nome di Franco Basaglia e cosa va fatto per rispondere pienamente ai bisogni delle persone, laddove per resistenza politico-culturale non sono stati forniti strumenti e risorse per far funzionare pienamente la 180.
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domenica 11 aprile 2010
Psichiatria dimezzata e storie di vita
Un articolo di Eugenio Borgna a pg. 30 del Domenicale del Sole 24 Ore di oggi replica a un pezzo di Gilberto Corbellini di cui avevo parlato anche io in un post diun paio di settimane fa circa.
Borgna commenta il lavoro dell'American Psychiatric Association che, come è noto, è impegnata nell'elaborazione della quinta edizione del Dsm, o Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorder, il manuale diagnostico di psichiatria più usato al mondo. Alla logica "oggettivante" e "universalistica" del Dsm, Borgna contrappone la dimensione del contesto e dell'ascolto. Una psichiatria che non tenga conto della dimensione soggettiva, interiore, specifica, è una psichiatria dimezzata, a cui manca la dimensione emozionale e relazionale.
"Come posso giungere alla diagnosi, in psichiatria, se non riesco a fare sgorgare dalla vita interiore dei pazienti le ragioni ferite del loro cuore? Come faccio a riconoscere fino in fondo l'angoscia, e la malinconia, dei pazienti, se non ho mai conosciuto queste esperienze umane, prima ancora che non psicopatologiche, nella mia anima o nella mia immaginazione?", si chiede Borgna.
Nel suo discorso tornano concetti cari a Basaglia e alla psichiatria italiana che alle sue idee oggi si ispira: l'ascolto, il malato prima della malattia, la relazione anteposta alla conoscenza, la cura del soggetto invece che il sapere sull'oggetto. Al centro di questo approccio non c'è un gesto umanitario o un rinnovamento dell'assistenza.
C'è una prima questione, ricordata da Borgna, che è la diagnosi. Sto leggendo un libro, Every Patient Tells a Story il cui scopo è quello di chiarire il processo attraverso il quale i medici dichiarano se e di cosa siamo malati. E' in linea con la risposta di Borgna e Basaglia: una diagnosi corretta può essere formulata solo quando il medico lascia spazio alla storia di vita del paziente. Le storie sono la chiave attraverso cui la conoscenza medica "generale" può trovare corrispondenza nella condizione specifica, di un paziente e di una persona "particolare".
La seconda questione che la psichiatria biologistica tende a dimenticare e che vale secondo me per tutto il dibattito attorno alla cittadinanza scientifica è la seguente: una certa dose di medicalizzazione della psichiatria può essere accettata solo a patto che la persona resti un sogetto titolare di diritti e non venga automaticamente ridotto a un paziente malato. Non può essere accettata nessuna psichiatria, e più in generale nessuna spiegazione scientifica che riduca in malattia, in mancanza, in deficit, bisogni di altra natura che vanno affrontati altrimenti, sul piano sociale, economico, relazionale, di comunità.
Ascoltare le storie di vita delle persone serve a comprendere dove arriva la malattia e dove inizia qualcos'altro che con la malattia nulla a che fare. Così come ci serve a capire che l'opposizione a certe innovazioni tecnoscientifiche non è dettata da ignoranza, da ostilità preconcetta nei confronti della scienza, ma dal fatto che si hanno altri bisogni, spesso incompresi, inascoltati, alla ricerca di una decifrazione e di una via di espressione. Dobbiamo ascoltare le storie per capire quali nuovi o vecchi diritti vengono invocati nelle zone sempre più frequenti d'interazione fra scienza e società. La psichiatria è un esempio paradigmatico di tutto quello che di buono e di cattivo si può fare.
Borgna commenta il lavoro dell'American Psychiatric Association che, come è noto, è impegnata nell'elaborazione della quinta edizione del Dsm, o Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorder, il manuale diagnostico di psichiatria più usato al mondo. Alla logica "oggettivante" e "universalistica" del Dsm, Borgna contrappone la dimensione del contesto e dell'ascolto. Una psichiatria che non tenga conto della dimensione soggettiva, interiore, specifica, è una psichiatria dimezzata, a cui manca la dimensione emozionale e relazionale.
"Come posso giungere alla diagnosi, in psichiatria, se non riesco a fare sgorgare dalla vita interiore dei pazienti le ragioni ferite del loro cuore? Come faccio a riconoscere fino in fondo l'angoscia, e la malinconia, dei pazienti, se non ho mai conosciuto queste esperienze umane, prima ancora che non psicopatologiche, nella mia anima o nella mia immaginazione?", si chiede Borgna.
Nel suo discorso tornano concetti cari a Basaglia e alla psichiatria italiana che alle sue idee oggi si ispira: l'ascolto, il malato prima della malattia, la relazione anteposta alla conoscenza, la cura del soggetto invece che il sapere sull'oggetto. Al centro di questo approccio non c'è un gesto umanitario o un rinnovamento dell'assistenza.
C'è una prima questione, ricordata da Borgna, che è la diagnosi. Sto leggendo un libro, Every Patient Tells a Story il cui scopo è quello di chiarire il processo attraverso il quale i medici dichiarano se e di cosa siamo malati. E' in linea con la risposta di Borgna e Basaglia: una diagnosi corretta può essere formulata solo quando il medico lascia spazio alla storia di vita del paziente. Le storie sono la chiave attraverso cui la conoscenza medica "generale" può trovare corrispondenza nella condizione specifica, di un paziente e di una persona "particolare".
La seconda questione che la psichiatria biologistica tende a dimenticare e che vale secondo me per tutto il dibattito attorno alla cittadinanza scientifica è la seguente: una certa dose di medicalizzazione della psichiatria può essere accettata solo a patto che la persona resti un sogetto titolare di diritti e non venga automaticamente ridotto a un paziente malato. Non può essere accettata nessuna psichiatria, e più in generale nessuna spiegazione scientifica che riduca in malattia, in mancanza, in deficit, bisogni di altra natura che vanno affrontati altrimenti, sul piano sociale, economico, relazionale, di comunità.
Ascoltare le storie di vita delle persone serve a comprendere dove arriva la malattia e dove inizia qualcos'altro che con la malattia nulla a che fare. Così come ci serve a capire che l'opposizione a certe innovazioni tecnoscientifiche non è dettata da ignoranza, da ostilità preconcetta nei confronti della scienza, ma dal fatto che si hanno altri bisogni, spesso incompresi, inascoltati, alla ricerca di una decifrazione e di una via di espressione. Dobbiamo ascoltare le storie per capire quali nuovi o vecchi diritti vengono invocati nelle zone sempre più frequenti d'interazione fra scienza e società. La psichiatria è un esempio paradigmatico di tutto quello che di buono e di cattivo si può fare.
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giovedì 25 marzo 2010
Pischiatria ed ereditarietà
Un paio di giorni fa ho moderato a Trieste una conferenza su Psichiatria ed eridarietà. concetti e rappresentazioni tra XIX e XX secolo. La relazione è stata di introdotta da Jean-Cristophe Coffin con introduzione di Mario Colucci.
La teoria della degenerazione assegna un ruolo decisivo all'ereditarietà nello studio delle malattie mentali. Si afferma a partire dalla seconda metà dell'Ottocento. Come mai proprio in quel periodo? Perché in quel periodo la psichiatria si allontana dal manicomio, rinuncia alla possibilità di curare e decide di aprirsi a un campo d'intervento così ampio e diffuso come la difesa scientifica della società?
La generalizzazione del potere psichiatrico, o meglio l'affermazione della sua dominante biopolitica, derivano dalla "patologizzazione del crimine" (vedi voce Degenerazione di Pierangelo Di Vittorio, Manifestolibri, 2006, pg. 103), da una nuova percezione sociale della "pericolosità".
Gli effetti della teoria della degenerazione sono:
1) Moralizzazione della famiglia (tecnologie del matrimonio utile, vantaggioso, ecc.)
2) Incurabilità della malattia mentale;
3) Razzismo;
La teoria della degenerazione è un tragico esempio delle possibili conseguenze sociali di un'ipotesi pseudo-scientifica che condiziona ancora molto la percezione pubblica delle malattie mentali.
La teoria della degenerazione assegna un ruolo decisivo all'ereditarietà nello studio delle malattie mentali. Si afferma a partire dalla seconda metà dell'Ottocento. Come mai proprio in quel periodo? Perché in quel periodo la psichiatria si allontana dal manicomio, rinuncia alla possibilità di curare e decide di aprirsi a un campo d'intervento così ampio e diffuso come la difesa scientifica della società?
La generalizzazione del potere psichiatrico, o meglio l'affermazione della sua dominante biopolitica, derivano dalla "patologizzazione del crimine" (vedi voce Degenerazione di Pierangelo Di Vittorio, Manifestolibri, 2006, pg. 103), da una nuova percezione sociale della "pericolosità".
Gli effetti della teoria della degenerazione sono:
1) Moralizzazione della famiglia (tecnologie del matrimonio utile, vantaggioso, ecc.)
2) Incurabilità della malattia mentale;
3) Razzismo;
La teoria della degenerazione è un tragico esempio delle possibili conseguenze sociali di un'ipotesi pseudo-scientifica che condiziona ancora molto la percezione pubblica delle malattie mentali.
venerdì 12 febbraio 2010
Psichiatrizzazione delle neuroscienze?
Mercoledì 10 febbraio, nell’ambito del l’incontro internazionale Trieste 2010: Che cos’è salute mentale? si è tenuto un workshop sul rapporto tra psichiatria, salute mentale e le nuove conoscenze provenienti dalla genetica, dalla biologia molecolare e dalle neuroscienze: una sessantina di partecipanti hanno discusso i controversi aspetti scientifici, etici, diagnostici e storici legati agli sviluppi delle ricerche sul genoma umano e sui metodi utilizzati per fornire misure dell’attività celebrali, in particolare la fMRI (functional magnetic resonance imaging).
L’occasione per affrontare il tema è stata una sentenza della corte d’Assise di Trieste, risalente all’ottobre del 2009 che riconosceva uno sconto di pena a un cittadino algerino colpevole di omicidio in quanto portatore di “vulnerabilità genetica”. La vicenda ha avuto una risonanza mediatica nazionale, anche perché in essa si profilavano i possibili rischi di pratiche scientifiche rivolte a individuare anomalie genetiche.
Le tecniche mediante le quali è stata riconosciuta l’attenuante genetica a Abdelmalek Bayout sono le moderne procedure di scansione e imaging del cervello finalizzate a rendere in immagini anatomia e funzionalità celebrale.
Quanto sono affidabili queste tecniche? Qual è la loro validità nell’attribuzione di colpevolezza o di innocenza di una persona che commette un reato? Ha senso esportare i risultati delle ricerche genetiche e delle neuroscienze in diversi ambiti sociali e soprattutto in ambito psichiatrico? Non si ripresenta il rischio, attraverso queste conoscenze, di voler ammantare la psichiatria di una scientificità che non possiede? Non si corre il rischio di allargare le pratiche e le culture della “medicalizzazione” della vita?
Sono le domande che hanno motivato l’organizzazione del workshop. Sono le questioni illustrate da Peppe Dell’Acqua all’inizio dell’incontro e riproposte in diversi momenti della discussione.
Dell’Acqua è preoccupato della formazione dei giovani psichiatri, sempre più armati di conoscenze “oggettive”, ma sempre meno di uno sguardo in grado di tutelare e valorizzare la soggettività delle persone. Dell’Acqua non vuole rifiutare i progressi, in alcuni casi straordinari, che neuroimaging, biologia molecolare e genetica hanno prodotto nel campo della salute e della malattia mentale.
Il punto è, come è noto, di non cedere alle tentazioni e alle semplificazioni riduzionistiche.
Si tratta di mettere in scena un confronto tra conoscenze che poco comunicano tra di loro e di trovare un terreno condiviso e significativo soprattutto per chi affronta il disturbo mentale. Il workshop dello scorso 10 febbraio si voleva muovere in questa direzione.
Gli ospiti dell’incontro, alcuni tra i più importanti studiosi italiani di genetica, biologia e diritto sono stati inviati a Trieste per chiarire ambiti di competenza e possibilità di incontro dei saperi .
Enrico Alleva, biologo, presidente della Società Italiana di Etologia, socio corrispondente dell’Accademia nazionale dei Lincei, ha insistito molto sul concetto di plasticità dei neuroni e del sistema nervoso centrale, ossia la capacità del cervello di adattarsi agli stimoli provenienti dall’ambiente esterno. La scoperta più importante delle neuroscienze a proposito di neuroni e sistema nervoso centrale è che le cose sono molto più complesse e dinamiche di quanto si sospettasse. Se solo ci liberiamo di schemi mentali deterministici nell' interpretazione del suo funzionamento possiamo capire cos' è il cervello dell' uomo, la sua plasticità e la sua irrepetibilità.
Giorgio Bignami, medico e libero docente in farmacologia, ex dirigente di ricerca in psicofarmacologia presso l’Istituto Superiore di Sanità e da poco presidente di Forum Droghe, si è soffermato sugli effetti degli interessi economici delle aziende farmaceutiche. Bignami ha sottolineato il rapporto perverso tra l’esigenza del profitto, il marketing e l’uso inflazionato e improprio di farmaci di efficacia dubbia o nulla, ma anche di prodotti di provata ed elevata efficacia. L’industria farmaceutica finanzia numerosi studi programmati in modo da predeterminare i risultati mediante vari artifizi allo scopo di “dimostrare” una maggiore validità e una minore nocività dei nuovi prodotti rispetto ai vecchi. Analisi più accurate condotte da ricercatori indipendenti hanno evidenziato in tempi più recenti che le differenze di cui si è detto erano in larga parte artefatti dovuti a errori metodologici, non si sa bene.
Francesco Migliorino, professore ordinario di Storia del diritto medievale e moderno all’Università degli Studi di Catania, attraverso ricerche storiche ha offerto una prospettiva originale dell’intreccio tra scienza, psichiatria e diritto. Migliorino ha illustrato il concetto di bonifica umana soffermandosi sulla figura di Filippo Saporito, il più influente alienista italiano, direttore di Aversa, vissuto tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo. Secondo Saporito, manicomi e carceri sono centri di depurazione fisica e morale dove per sempre vanno rinchiuse le “bestie umane”. Il manicomio criminale è un policlinico della delinquenza costruito attraverso una tecnologia di razionalizzazione finalizzata alla bonifica umana.
Infine Edoardo Boncinelli, docente alla Facoltà di Filosofia dell’Università Vita-Salute di Milano ed ex-direttore della Sissa, ha trattato il tema del rapporto tra geni e comportamento.
Fisico di formazione, Boncinelli si è dedicato allo studio della genetica e della biologia molecolare degli animali superiori e dell’uomo dando un contributo fondamentale a queste discipline individuando la famiglia di geni detti omeogeni che controllano il corretto sviluppo del corpo, dalla testa al coccige. Da diversi anni si occupa dello studio del cervello e della corteccia cerebrale. Boncinelli ha discusso dei risultati scientifici più recenti riguardanti il rapporto tra geni e ambiente. I meccanismi che regolano i comportamenti sono influenzati dal profilo genetico degli individui. Ma quanto incidono i geni e quanto incidono il contesto, lo stile di vita, l’educazione, le esperienze personali non è affatto chiaro. Un tempo si tendeva a dare una risposta salomonica a questo interrogativo: 50% geni e 50% ambiente. La ricerca negli ultimi anni ha ulteriormente complicato il quadro. Stando ai risultati più aggiornati un 30% dei nostri comportamenti è da attribuire al nostro corredo genetico, un altro 30% al contesto ambientale mentre il resto è attribuibile a una non meglio precisata casualità.
L’occasione per affrontare il tema è stata una sentenza della corte d’Assise di Trieste, risalente all’ottobre del 2009 che riconosceva uno sconto di pena a un cittadino algerino colpevole di omicidio in quanto portatore di “vulnerabilità genetica”. La vicenda ha avuto una risonanza mediatica nazionale, anche perché in essa si profilavano i possibili rischi di pratiche scientifiche rivolte a individuare anomalie genetiche.
Le tecniche mediante le quali è stata riconosciuta l’attenuante genetica a Abdelmalek Bayout sono le moderne procedure di scansione e imaging del cervello finalizzate a rendere in immagini anatomia e funzionalità celebrale.
Quanto sono affidabili queste tecniche? Qual è la loro validità nell’attribuzione di colpevolezza o di innocenza di una persona che commette un reato? Ha senso esportare i risultati delle ricerche genetiche e delle neuroscienze in diversi ambiti sociali e soprattutto in ambito psichiatrico? Non si ripresenta il rischio, attraverso queste conoscenze, di voler ammantare la psichiatria di una scientificità che non possiede? Non si corre il rischio di allargare le pratiche e le culture della “medicalizzazione” della vita?
Sono le domande che hanno motivato l’organizzazione del workshop. Sono le questioni illustrate da Peppe Dell’Acqua all’inizio dell’incontro e riproposte in diversi momenti della discussione.
Dell’Acqua è preoccupato della formazione dei giovani psichiatri, sempre più armati di conoscenze “oggettive”, ma sempre meno di uno sguardo in grado di tutelare e valorizzare la soggettività delle persone. Dell’Acqua non vuole rifiutare i progressi, in alcuni casi straordinari, che neuroimaging, biologia molecolare e genetica hanno prodotto nel campo della salute e della malattia mentale.
Il punto è, come è noto, di non cedere alle tentazioni e alle semplificazioni riduzionistiche.
Si tratta di mettere in scena un confronto tra conoscenze che poco comunicano tra di loro e di trovare un terreno condiviso e significativo soprattutto per chi affronta il disturbo mentale. Il workshop dello scorso 10 febbraio si voleva muovere in questa direzione.
Gli ospiti dell’incontro, alcuni tra i più importanti studiosi italiani di genetica, biologia e diritto sono stati inviati a Trieste per chiarire ambiti di competenza e possibilità di incontro dei saperi .
Enrico Alleva, biologo, presidente della Società Italiana di Etologia, socio corrispondente dell’Accademia nazionale dei Lincei, ha insistito molto sul concetto di plasticità dei neuroni e del sistema nervoso centrale, ossia la capacità del cervello di adattarsi agli stimoli provenienti dall’ambiente esterno. La scoperta più importante delle neuroscienze a proposito di neuroni e sistema nervoso centrale è che le cose sono molto più complesse e dinamiche di quanto si sospettasse. Se solo ci liberiamo di schemi mentali deterministici nell' interpretazione del suo funzionamento possiamo capire cos' è il cervello dell' uomo, la sua plasticità e la sua irrepetibilità.
Giorgio Bignami, medico e libero docente in farmacologia, ex dirigente di ricerca in psicofarmacologia presso l’Istituto Superiore di Sanità e da poco presidente di Forum Droghe, si è soffermato sugli effetti degli interessi economici delle aziende farmaceutiche. Bignami ha sottolineato il rapporto perverso tra l’esigenza del profitto, il marketing e l’uso inflazionato e improprio di farmaci di efficacia dubbia o nulla, ma anche di prodotti di provata ed elevata efficacia. L’industria farmaceutica finanzia numerosi studi programmati in modo da predeterminare i risultati mediante vari artifizi allo scopo di “dimostrare” una maggiore validità e una minore nocività dei nuovi prodotti rispetto ai vecchi. Analisi più accurate condotte da ricercatori indipendenti hanno evidenziato in tempi più recenti che le differenze di cui si è detto erano in larga parte artefatti dovuti a errori metodologici, non si sa bene.
Francesco Migliorino, professore ordinario di Storia del diritto medievale e moderno all’Università degli Studi di Catania, attraverso ricerche storiche ha offerto una prospettiva originale dell’intreccio tra scienza, psichiatria e diritto. Migliorino ha illustrato il concetto di bonifica umana soffermandosi sulla figura di Filippo Saporito, il più influente alienista italiano, direttore di Aversa, vissuto tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo. Secondo Saporito, manicomi e carceri sono centri di depurazione fisica e morale dove per sempre vanno rinchiuse le “bestie umane”. Il manicomio criminale è un policlinico della delinquenza costruito attraverso una tecnologia di razionalizzazione finalizzata alla bonifica umana.
Infine Edoardo Boncinelli, docente alla Facoltà di Filosofia dell’Università Vita-Salute di Milano ed ex-direttore della Sissa, ha trattato il tema del rapporto tra geni e comportamento.
Fisico di formazione, Boncinelli si è dedicato allo studio della genetica e della biologia molecolare degli animali superiori e dell’uomo dando un contributo fondamentale a queste discipline individuando la famiglia di geni detti omeogeni che controllano il corretto sviluppo del corpo, dalla testa al coccige. Da diversi anni si occupa dello studio del cervello e della corteccia cerebrale. Boncinelli ha discusso dei risultati scientifici più recenti riguardanti il rapporto tra geni e ambiente. I meccanismi che regolano i comportamenti sono influenzati dal profilo genetico degli individui. Ma quanto incidono i geni e quanto incidono il contesto, lo stile di vita, l’educazione, le esperienze personali non è affatto chiaro. Un tempo si tendeva a dare una risposta salomonica a questo interrogativo: 50% geni e 50% ambiente. La ricerca negli ultimi anni ha ulteriormente complicato il quadro. Stando ai risultati più aggiornati un 30% dei nostri comportamenti è da attribuire al nostro corredo genetico, un altro 30% al contesto ambientale mentre il resto è attribuibile a una non meglio precisata casualità.
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venerdì 5 febbraio 2010
Come gli Stati Uniti esportano le loro malattie mentali
How the US exports its mental illnesses è il titolo di un articolo scritto da Ethan Watters sul New Scientist della scorsa settimana. La tesi è che gli psichiatri statunitensi, che dominano il dibattito mondiale sulla classificazione e i trattamenti del disturbo mentale, ignorano le specificità locali e culturali. Con l'aiuto delle multinazionali farmaceutiche. E' una discussione importante considerando che è in progettazione il nuovo Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali dell'Associazione psichiatrica americana. Si tratta del DSM V e l'uscita è prevista per il 2012. Dal Sito dell'Associazione degli psiciatri americani si può scaricare l'agenda di ricerca per la realizzazione del volume . Fra qualche giorno modererò una sessione all'incontro "Trieste 2010:Che cos'è salute mentale?". Il titolo del workshop a cui partecipo è Nuove conoscenze o pschiatrizzazione delle neuroscienze?. Per capire di cosa si tratta si può prendere un estratto dell'agenda di ricerca del futuro DSM V. Il libro, tra le altre cose:
Offers a neuroscience research agenda to guide development of a pathophysiologically based classification for DSM-V, which reviews genetic, brain imaging, postmortem, and animal model research and includes strategic insights for a new research agenda
Offers a neuroscience research agenda to guide development of a pathophysiologically based classification for DSM-V, which reviews genetic, brain imaging, postmortem, and animal model research and includes strategic insights for a new research agenda
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venerdì 29 gennaio 2010
Trieste salute mentale 2010
Fra circa dieci giorni si apre a Trieste, al comprensorio dell'ex-ospedale psichiatrico San Giovanni, l'incontro Trieste 2010: che cos'è salute mentale. Il programma è praticamente ultimato. L'evento, che gli organizzatori chiamano incontro per sottolineare lo spirito di scambio, confronto e dialogo che animerà le cinque giornate triestine, si articola in quattro percorsi tematici: saperi e paradigmi; la pratica critica anti istituzionale; la maggioranza deviante:economia sociale e inclusione; memoria, archivi in mostra e comunicazione.
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